18 Maggio 2024
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Per parlare della “vicenda di Imperia” è necessario nominare la segregazione, l’istituzionalizzazione e la violenza sistemica

06-04-2024 14:31 - News
Particolare di una bambina che tiene tra le mani dei soffioni (il taràssaco comune) i cui frutti si spargono nell’aria (foto di Anastasia Shuraeva su Pexels).
Bisognerebbe inquadrare gli episodi di abusi e violenze all’interno delle residenze socio-sanitarie come il risultato quasi diretto del sistema di istituzionalizzazione nel quale noi, persone con disabilità, anche minori, ancora oggi veniamo inserite», lo asserisce, tra le altre cose, Marta Migliosi, un’attivista con disabilità, riflettendo sulla “vicenda di Imperia”, l’ennesimo caso di violenze ai danni di persone con disabilità rinchiuse in strutture residenziali. Un testo che, lungi dal configurarsi come risposta emotiva ad un fatto di cronaca, colloca l’episodio nel più ampio quadro della violenza sistemica a cui tuttora sono esposte le persone con disabilità.
Particolare di una bambina che tiene tra le mani dei soffioni (il taràssaco comune) i cui frutti si spargono nell’aria (foto di Anastasia Shuraeva su Pexels).

Le violenze e gli abusi fisici verso le persone disabili poste in essere all’interno delle strutture residenziali possono essere considerate come una delle manifestazioni più estreme del sistema di istituzionalizzazione.

Ieri, 25 marzo, i media hanno reso noto l’ennesimo episodio di abusi e violenza verso persone disabili, anche minori, da parte degli operatori, all’interno di una residenza socio-sanitaria di Imperia[1], in Liguria.

Ritengo che gli episodi di abuso e violenza di questo tipo siano un “vaso di Pandora” che apre tantissime riflessioni. In questo spazio ne delineo alcune, lasciandone fuori tante altre, che pure sarebbero importantissime (come, ad esempio, il funzionamento delle residenze socio-sanitarie), essendo questo un tema troppo complesso da svilupparsi in un testo divulgativo.

Penso che per leggere in modo appropriato e approfondito questo tipo di episodi bisognerebbe farsi le domande giuste e provare a rispondere a queste, invece che abbozzare argomentazioni vaghe che non toccano la radice del problema.

Preliminarmente bisognerebbe inquadrare gli episodi di abusi e violenze all’interno delle residenze socio-sanitarie come il risultato quasi diretto del sistema di istituzionalizzazione nel quale noi, persone con disabilità, anche minori, ancora oggi veniamo inserite. Con l’espressione “sistema di istituzionalizzazione” intendo ogni misura e risposta sociale che risponde ad una domanda di protezione-custodia, piuttosto che ad un’istanza di cittadinanza e di esistenza nel mondo dei diritti umani, quale è quella delineata dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Quindi, davanti a questi episodi, la prima reazione non può essere solo chiedersi “Com’è stato possibile?” o rimanere scioccati, perché è di fatto ingenuo domandarsi come sia possibile che tali strutture, il cui mandato principale è quello di protezione-custodia, agiscano violenza. Ma se assumiamo che tali episodi siano la diretta conseguenza di una stratificazione di atti che rispondono a quel tipo di mandato, forse le domande che dovremmo porci sono: cosa abbiamo fatto per permettere che tali vicende accadessero? Il mandato di custodia-protezione che abbiamo affidato a queste strutture, alle quali esse assolvono con l’esclusione, è quello giusto? Forse potrebbe essere utile ripassare le questioni che hanno portato alla chiusura dei manicomi[2].

Scrivo volutamente usando la prima persona plurale – noi –, perché o riteniamo che il tema dell’istituzionalizzazione delle persone disabili e anziane sia un tema che ci riguarda tutti e tutte come parte di una società che produce l’istituzionalizzazione-esclusione di alcune persone, oppure episodi come questi continueranno ad accadere. È necessario riconoscere l’istituzionalizzazione come un prodotto sociale di esclusione stratificato che risponde alla radicata visione che noi persone disabili non siamo pienamente umani. Tale visione ha come diretta conseguenza che non ci vengono riconosciuti gli stessi diritti delle persone senza disabilità, e abbiamo bisogno di luoghi speciali dove vivere[3].

Mi sembra quindi chiaro che l’istituzionalizzazione non si configura solo come un “luogo”, ma come un processo in atto, e che la violenza e gli abusi della “vicenda di Imperia” non siano da attribuire solo agli otto operatori indagati.

Dunque, come procedere? Provo ad individuarne delle trame:

intanto dobbiamo proporci di non essere timidi nel chiamare i fenomeni con il loro nome: usare espressioni come “segregazione”, “istituzionalizzazione” e “violenza sistemica” mi sembrerebbe già un buon inizio, ma non ho visto nessun articolo o comunicato stampa sulla “vicenda di Imperia” sviluppato in questi termini;
quindi dovremmo intendere il fenomeno e gli episodi della violenza come il risultato di una complessa e articolata risposta sociale ad un mandato di custodia-protezione, riconvertendo tale mandato in una domanda di cittadinanza, in cui tutti e tutte siamo chiamati ad avere un ruolo e a fornire risposte;
sia i processi giudiziari, che l’opinione pubblica, possono provare a individuare le responsabilità di ciascun autore materiale degli abusi e delle violenze, ma saprebbero esprimersi sul perché un minore con disabilità viveva in una struttura socio-sanitaria? Quale era il ruolo istituzionale degli operatori che avevano in carico le persone all’interno della struttura? Costoro hanno favorito o ostacolato episodi come quello di Imperia? Quanti sono e che tipo di formazione hanno gli operatori all’interno della struttura? E la stessa struttura, che tipo di organizzazione ha? Queste sono alcune delle domande che ci possiamo porre per contribuire ad ostacolare il processo di istituzionalizzazione;
l’associazionismo e il Terzo Settore devono tornare ad avere un ruolo efficace di ostacolo a questi processi e porre di nuovo il tema della segregazione al centro delle loro agende. Ricordo che nell’Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità fino al 2022 c’era un tavolo di lavoro sulla segregazione che oggi è sparito[4].

Parlare di istituzionalizzazione in relazione alle persone disabili serve ad inquadrare le violenze nei loro confronti all’interno di un fenomeno più ampio, ed anche ad ammettere che ancora oggi essa è considerata una soluzione. Prendere le distanze da essa significa invece parlare di deistituzionalizzazione, vale a dire individuare dei percorsi in cui l’istituzionalizzazione non sia più ammessa e immaginata. Fare questo ora, è necessario e urgente.
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