25 Giugno 2024
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Amministrazione di sostegno: perché avete portato via la mamma di Giovanna?

08-06-2024 14:31 - News
Il “Viandante sul mare di nebbia”, opera in stile romantico realizzata dal pittore tedesco Caspar David Friedrich nel 1818 (conservata alla Hamburger Kunsthalle di Amburgo).
Ieri sera un servizio della trasmissione «Le Iene» ha mostrato l’ennesima storia di istituzionalizzazione e affetti forzatamente spezzati dall’amministrazione di sostegno. Le riflessioni che seguono prendono spunto dal servizio in questione ed evidenziano alcuni aspetti che non sono stati presi in considerazione nel servizio stesso.

Ci sono anche, per onestà intellettuale bisogna dirlo, amministratori ed amministratrici di sostegno che svolgono il loro ruolo in modo coscienzioso e adeguato. Credo anche che costoro siano la maggioranza. A queste persone esprimo la mia gratitudine, perché deve essere chiaro che gli abusi riscontrati nell’applicazione dell’istituto di tutela introdotto nel nostro ordinamento dalla Legge 6/2004, riguardano, appunto, l’applicazione della norma in sostituzione delle persone beneficiarie, e non il fatto che queste persone, a fronte di riscontrate difficoltà di autonomia, debbano poter usufruire di una figura di supporto all’autodeterminazione (qualunque sia il nome che si voglia dare a questa figura). Per essere ancora più chiara: considero amministratori di sostegno coscienziosi quelli che supportano la persona con qualche difficoltà di autonomia senza sostituirsi ad essa, mentre considero abusanti quelli (e quelle) che impongono e dispongono qualsiasi cosa – con l’avallo dei Giudici Tutelari – incuranti della volontà della persona sottoposta alla misura (che spesso non viene nemmeno interpellata). Tuttavia il problema degli amministratori di sostegno coscienziosi è che – forti del fatto che loro agiscono rettamente – tendono a non cogliere o a sottostimare le storture del sistema, e se gliele sottoponi ti ripetono come un mantra che sono casi isolati (ma in realtà i dati ci raccontano di 40/80mila casi in cui le cose non funzionano, se ne legga a questo link); che di norme ce ne sono anche troppe (questo è vero, ma, per quel che mi riguarda, la questione non si pone in termini di quantità…); che modificarle o crearne di nuove non servirebbe a niente perché nessuna norma, per quanto precisa, potrà mai prevenire gli abusi… dunque costoro a prevenire gli abusi non ci provano neanche. Da questi scambi si percepisce un sentimento di generale rassegnazione, che, non lo nego, suscita non poco sgomento in coloro che (come chi scrive) hanno frequentemente a che fare con le persone abusate (spesso persone con disabilità), o con i loro amici, partner o familiari. Come si può davanti all’ennesimo caso di persone istituzionalizzate contro la loro volontà, dire che non c’è niente da fare, che il sistema funziona così, che i sistemi perfetti non esistono, e che in altri casi la procedura era adeguata? Senza offesa, ma che le persone abusate siano “solo”, nella migliore delle ipotesi, 40mila invece che 400mila, non è comunque accettabile, e se continuiamo a non fare niente – come invece, a più riprese, suggeriscono gli amministratori di sostegno coscienziosi –, forse formalmente non avremmo nessuna “colpa”, ma non si può certo affermare che come cittadini e cittadine non abbiamo alcuna responsabilità.

Questa riflessione scaturisce dalla visione dell’ennesimo caso di istituzionalizzazione e affetti forzatamente spezzati dall’amministrazione di sostegno raccontato dalla trasmissione «Le Iene» nella puntata andata in onda ieri sera (4 giugno 2024). La storia è stata presentata nel servizio intitolato «Perché avete portato via la mia mamma?», a cura di Alessandro De Giuseppe e Matteo Romano (il video ha una durata di 7.16 minuti, ed è visibile a questo link).

Vediamo la storia: Giovanna è una donna di quasi sessant’anni con una disabilità fisica acquisita alla nascita. Per tutta la vita lei ha convissuto senza problemi con sua madre e tre cagnolini. Le due donne erano in grado di provvedere a sé stesse grazie alle loro pensioni e al fatto di aver sempre condotto «una vita sobria e dignitosa» (racconta il servizio). Ora però un Tribunale ha stabilito che Giovanna e la madre non sarebbero più in grado di badare a loro stesse ed ha nominato un amministratore di sostegno per ciascuna. Quindi è stato disposto che la mamma venisse trasferita in una casa di riposo, separando così una famiglia che ha sempre vissuto unita. «Non glielo perdonerò mai quello che mi hanno fatto. Io non posso accettare che non rivedo più la mia mamma. […] Ho un dolore indescrivibile, indescrivibile», è lo straziante racconto di Giovanna ai giornalisti de «Le Iene». Dal servizio emerge come, in quest’ultima parte della vita, Giovanna si prendesse cura della madre senza farle mancare nulla, prestando attenzione quando doveva fare la doccia, gestendo scrupolosamente le terapie per la pressione, quelle per le ossa, qualche antidolorifico all’occorrenza. Anche dal punto di vista economico non avevano problemi, visto che le loro pensioni messe insieme ammontavano a circa tremila euro mensili. Ma alcuni mesi fa i Servizi Sociali – che già aiutavano Giovanna a fare la spesa, dal momento che, in ragione della propria disabilità, non riusciva a farla in autonomia – hanno deciso di segnalare al Tribunale che la situazione delle due donne era problematica. Paolo Strozzi, il legale di Giovanna, riferisce che i Servizi Sociali hanno sostenuto che la madre era anziana e la figlia avesse un’impossibilità permanente di provvedere ai propri interessi, che recentemente avrebbe smesso di seguire le terapie e che stesse sperperando il denaro. Giovanna è stata convocata da due Giudici che ne hanno verificato le condizioni, e per entrambi è risultata lucida e consapevole, anche se, ed è la stessa Giovanna a confermarlo, ogni tanto le piaceva giocare alle slot machine (lei parla di venti-trenta euro ogni tanto). Per i Servizi Sociali invece lei avrebbe speso complessivamente mille euro… in ogni caso non una cifra da far ritenere che Giovanna abbia una dipendenza da gioco. Prova ne sia che un Giudice – come documenta De Giuseppe nel servizio televisivo – ha decretato che della sua pensione di 1700 euro mensili Giovanna possa gestire la quasi totalità dei soldi in autonomia. Di altro parere è invece il suo amministratore di sostegno, che infatti ha chiesto e ottenuto che gliene venissero dati solo 500, lasciando gli altri 1200 sul conto di Giovanna, che però non li può toccare. Ora, ad esempio, le servirebbero 850 euro per sistemare una vecchia protesi ai denti ormai consunta, e per rifare un apparecchio ai denti anch’esso danneggiato (nel servizio il suo dentista conferma che si tratta di un intervento da fare con urgenza), ma il suo amministratore di sostegno – un avvocato (anch’egli raggiunto da «Le Iene») –, sta eludendo questa richiesta. Interrogato nel merito da De Giuseppe, l’amministratore di sostegno ha affermato che i soldi sono trattenuti sul conto nell’interesse di Giovanna, e che, se la donna vuole curarsi i denti, deve presentare una richiesta al Giudice Tutelare. Al giornalista che, a quel punto, gli chiede quale sarebbe allora il suo ruolo di amministratore, egli risponde: «il mio ruolo è quello di applicare in concreto le disposizioni che dà il Giudice Tutelare». Ma pare che lo stesso avvocato, dopo l’intervista, si sia dimesso dal suo incarico.
Dunque la madre di Giovanna si trova in una casa di riposo a trentacinque chilometri di distanza da dove vive la figlia, e poiché quest’ultima non ha la patente, né i soldi per un taxi, le due donne non si vedono da mesi. Pensando di farle cosa gradita i giornalisti propongono a Giovanna di accompagnarla a vedere sua madre, e lei accetta commossa. All’incontro, lacerante e terribile, Giovanna scopre che per tutto questo tempo sua madre ha creduto che fosse stata sua figlia a chiedere che venisse messa in una casa di riposo. Ora Giovanna le spiega che questa decisione è stata presa dei Servizi Sociali. La madre conferma che con la figlia si trovava bene. E alla domanda di De Giuseppe: «Le va di stare qua?», risponde lucida: «E per cosa devo stare qua? Ho la mia casa…». Per capire per quale motivo la madre di Giovanna non possa rientrare a casa, i giornalisti hanno intervistato anche l’amministratrice di sostegno della madre, un’avvocata, la quale non ha risposto alle domande che le venivano rivolte per questioni di riservatezza, ma ha sostenuto che queste disposizioni “non sono contro la loro volontà…” (intendendo contro la volontà delle donne), cosa che però madre e figlia hanno entrambe smentito a favore di telecamera. Giovanna ripete più volte (piangendo) che sua madre le manca moltissimo e che non riesce a perdonare chi le ha separate, ed anche la madre dichiara di avere una casa propria in cui stare, dunque non capisce perché deve stare là.
Dal canto suo la direttrice del Consorzio dei Servizi Sociali territorialmente competente, raggiunta da «Le Iene», sostiene che il motivo di quelle disposizioni non è economico e che le cose sono diverse da come appaiono. Ma davanti all’ipotesi, avanzata da De Giuseppe, che potessero essere i Servizi Sociali ad aver commesso un errore, la direttrice conviene: «Per carità, si può sbagliare sempre nella vita…».
Il servizio si chiude col momento dei saluti tra madre e figlia. Entrambe le donne piangono inconsolabili. De Giuseppe si chiede: «Ma com’è possibile che si sia arrivati qui? Perché qualcuno ha deciso che allontanando queste due donne sarebbe migliorata la loro vita? Cosa può accadere di peggio a questa famiglia che essere separata?»

Questo, dunque, il resoconto del servizio de «Le Iene». Ammetto di non condividere l’approccio sensazionalistico che contraddistingue il programma televisivo (non solo questo servizio), e di trovare spesso aggressivi i toni scelti per porre le domande, ma, a prescindere da questo, quella che emerge è una dinamica chiara: a fronte di una difficoltà sperimentata da una persona viene disposta la sua istituzionalizzazione – dunque la si sradica dal suo ambiente per trasferirla in uno segregante – senza riguardo per la sua volontà, e si interferisce in modo del tutto arbitrario nel rapporto tra madre e figlia. Questo viene fatto con modalità che appaiono ancor più crudeli se si considera che la madre ha creduto per molti mesi che a chiedere il ricovero in casa di risposo fosse stata proprio Giovanna («Perché [mi] hai fatto questo?», è la prima domanda che la madre rivolge alla figlia quando la rivede).

C’è però qualcosa che non convince del tutto. Dal servizio potrebbe sembrare che la storia di Giovanna e sua madre sia solo una questione di sentimenti e rapporti da preservare, ed indubbiamente in questa vicenda c’è anche questo importantissimo elemento. Ma oltre a provare sentimenti, Giovanna e sua madre sono anche titolari di diritti umani, e questo nel servizio non emerge. In merito all’istituzionalizzazione, ad esempio, non viene evidenziato che la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (che l’Italia ha ratificato con la Legge 18/2009) riconosce a tutte le persone con disabilità (e dunque anche quelle divenute tali a causa dell’invecchiamento) che venga garantita «la possibilità di scegliere, su base di uguaglianza con gli altri, il proprio luogo di residenza e dove e con chi vivere e non siano obbligate a vivere in una particolare sistemazione», e che «abbiano accesso ad una serie di servizi a domicilio o residenziali e ad altri servizi sociali di sostegno, compresa l’assistenza personale necessaria per consentire loro di vivere nella società e di inserirvisi e impedire che siano isolate o vittime di segregazione» (articolo 19, Vita indipendente ed inclusione nella società). Inoltre non è stato detto che nel settembre 2022, il Comitato ONU per i Diritti delle Persone con Disabilità, l’organismo di esperti/e indipendenti preposto al monitoraggio dell’attuazione della Convenzione, ha pubblicato le “Linee guida sulla deistituzionalizzazione, anche in caso di emergenza”. In esse, tra le altre cose, è scritto che «Gli Stati parti devono riconoscere l’istituzionalizzazione come una forma di violenza contro le persone con disabilità» (punto 6); che «Gli Stati parti dovrebbero abolire tutte le forme di istituzionalizzazione, porre fine ai nuovi collocamenti in istituti e astenersi dall’investire in istituti. L’istituzionalizzazione – prosegue ancora il Comitato ONU – non deve mai essere considerata una forma di protezione delle persone con disabilità o una “scelta”» (punto 8).

In merito al fatto che la volontà di Giovanna e di sua madre sono state ignorate (è inequivocabile che loro non volevano essere separate), va ricordato che la già menzionata Convenzione ONU, riconosce a tutte le persone con disabilità (a prescindere dal tipo e dal grado di disabilità) la piena capacità giuridica e la piena capacità di agire, e che la medesima Convenzione chiede agli Stati che dispongano misure adeguate a consentire l’esercizio di dette capacità, nonché che garantiscano che le misure poste in essere a tale scopo «rispettino i diritti, la volontà e le preferenze della persona» (commi 2, 3 e 4 dell’articolo 12, Uguale riconoscimento dinanzi alla legge). Va in questa direzione anche un recente pronunciamento della Corte Suprema di Cassazione (l’Ordinanza n. 7414 del 20 marzo 2024, se ne legga a questo link).

Ecco, un amministratore di sostegno coscienzioso applica questi princìpi, e se i Servizi Sociali e i Giudici Tutelari dovessero proporre qualcosa di diverso, poiché l’amministratore di sostegno è lì per aiutare la persona ad autodeterminarsi, dovrebbe fare presente che ignorare le volontà della persona con disabilità è in contrasto con la Convenzione ONU, e che questa, essendo una norma di rango costituzionale, non può essere disattesa da nessun’altra norma di livello inferiore, né da nessun regolamento, uso, consuetudine, prassi o tradizione. L’amministratore di sostegno dovrebbe anche sottolineare che – come evidenziato dal Comitato ONU – l’istituzionalizzazione deve ritenersi «una forma di violenza contro le persone con disabilità», e che ognuno, nell’àmbito del proprio ruolo, dovrebbe astenersi dal richiedere/disporre «nuovi collocamenti in istituti». Visto che entrambi gli amministratori di sostegno intervistati nel servizio de «Le Iene» sono avvocati, nessuno dei due dovrebbe avere difficoltà a studiare dei testi giuridici. A ciò si aggiunga che anche l’argomentazione economica è abbastanza discutibile, perché gli stessi soldi spesi per segregare una donna anziana in una casa di riposo potrebbero benissimo essere spesi per darle i supporti di cui ha bisogno a domicilio, rispettando contemporaneamente la sua volontà, i suoi diritti umani e la Convenzione ONU.

Quindi, per favore, evitiamo di raccontarci che il sistema funziona così, che gli abusi sono inevitabili, che non si può fare niente. Anche non provare a fare qualcosa è una scelta (e se pensate il contrario, provate a immaginare quanto sareste più possibilisti se gli amministrati foste voi…). (Simona Lancioni)



Nota: segnaliamo che il 18 aprile 2024 l’Associazione Diritti alla Follia ha depositato presso la Cancelleria della Corte Suprema di Cassazione una Proposta di Legge di iniziativa popolare per l’abolizione dell’interdizione e dell’inabilitazione e per la riforma dell’amministrazione di sostegno (il cui testo è disponibile a questo link). Al fine di raccogliere le 50mila firme necessarie affinché la Proposta in questione venga discussa in Parlamento, la medesima Associazione ha lanciato anche la Campagna “Fragile a Chi?!”, ed ha predisposto un’apposita sezione con tutte le informazioni sull’iniziativa (essa è raggiungibile al seguente link).
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