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Una recensione di Polvere d’oro. Una storia vera, un’opera di Giusi Antoci

26-03-2024 11:08 - News
La copertina di “Polvere d’oro. Una storia vera”, un’opera di Giusi Antoci, è illustrata col disegno minimalista di una donna nuda, con le braccia alzate, che tiene in mano delle foglie di ginkgo colorate.
Data alle stampe nel 2023, “Polvere d’oro. Una storia vera”, l’opera autobiografica di Giusi Antoci, è stata presentata lo scorso 8 marzo, in Sicilia, nell’àmbito di un evento sui temi della disabilità al femminile organizzato dall’UICI di Enna (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti). In essa, l’Autrice, racconta la sua battaglia contro il cancro, con l’intento di essere di supporto alle altre persone che stanno affrontando lo stesso percorso. Quella che pubblichiamo è la recensione proposta da Anna Buccheri, che ringraziamo.

Lo scorso 8 marzo, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, l’UICI di Enna (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) ha organizzato un incontro dedicato alla disabilità al femminile, proponendo una riflessione sull’incidenza della disabilità visiva soprattutto da un punto di vista psicologico e di autonomia personale, sulla rappresentazione nei media italiani della violenza contro le donne nelle campagne di comunicazione sociale degli ultimi quindici anni, nonché sul rapporto tra disabilità, differenza di genere e pari opportunità. L’evento è stato anche l’occasione per la presentazione libro di Giusi Antoci, Polvere d’oro. Una storia vera (ArchiType, 2023).

L’opera si presenta come un coacervo di parole dense, a volte pesanti, a volte leggere, che restituiscono la forza, il coraggio, la disperazione, la voglia di reagire, l’amore per la vita in tutte le sue forme e per tutti coloro che si incontrano. Questo libro racconta di una rinascita e di una restituzione a sé stessi, della riscoperta del valore del tempo avendo fatto i conti ed essendosi misurati con un mondo altro rispetto a quello conosciuto. Quello di chi sta bene e dà un po’ per scontato di poter fare tutto senza limitazioni. Poi arriva il cancro e il tuo mondo si capovolge, cominciano una serie di non per ora, forse dopo, non so se posso/se potrò/quando potrò. E la malattia lascia i segni sul corpo e sull’anima.

La vita a volte sembra un susseguirsi frenetico di eventi, ma non si deve mai perdere l’ottimismo, perché la bellezza, l’ironia e l’amore possono salvare e, se la malattia arriva a prendersi il nostro tempo e, come un vento che spazza, si porta via persone care e persone che abbiamo incrociato anche solo per un attimo (condividendo a volte proprio il dolore e i luoghi di cura e il tempo della terapia), dal dolore nasce una nuova consapevolezza.

Il racconto procede descrivendo un prima, un durante e un dopo. La narrazione ci fa conoscere l’entusiasmo, lo spirito libero, l’abbandono alla vita dell’Autrice. Una persona aperta, curiosa, che sa mettersi in discussione, scommettere su sé stessa, prendere decisioni e cambiare, una donna che lavora, che mette su famiglia, che segue le sue passioni con allegra serietà e seria allegria.

Il cancro arriva inatteso nel 2009 e catapulta la Protagonista dell’opera in un mondo che si rivela pieno di pericoli, di dolore e di speranza. Un mondo caotico in cui ognuno vuole consigliare o sconsigliare, nel quale non si tratta solo di accettare di essere malati e comprendere cosa questo comporta, ma si deve anche spiegare, giustificare e ringraziare per l’interessamento.

Le parole raccontano tutte le fasi e gli stati d’animo della donna, scavano e mettono a nudo piccole euforie, scoraggiamento, rabbia, ricadute, rivalse (quel continuare a lavorare nonostante tutto e al di là di tutto), la paura (quella di non migliorare mai, di perdere i capelli). Le parole non temono di dichiarare l’ignoranza che tiene all’oscuro dai rischi e dalle possibili complicazioni, per questo l’esortazione sincera e forte riguarda la prevenzione, il non trascurare i piccoli segnali che il nostro corpo ci manda.

E il cancro intanto disegna il suo tracciato: interventi, chemioterapia, radioterapia. Il cancro fa così, si infiltra in fretta, è un avversario potente e anche scorretto, che a volte induce a fidarti di chi non dovresti, e ad imparare a tue spese che bisogna saper scegliere le persone a cui accordare fiducia.

Reagire significa riappropriarsi della propria normalità per riprendere fiato, curare il proprio makeup più di prima, alternare tre parrucche, cambiandole come si fa con gli abiti. L’obiettivo è escludere la malattia dai propri pensieri, non pensarsi malati, considerare sano il proprio corpo ad eccezione di alcune cellule rese “pazze” dal male per il quale si affrontano le cure, anche se l’autostima cala al mutare del corpo, con i capelli che cadono, le sopracciglia e le ciglia che si diradano.

Nel 2010 di fronte ad un carcinoma di origine ormonale, la difesa è di nuovo sdrammatizzare. Ancora si fanno i conti con il corpo che cambia, i capelli che cadono, le parrucche che fanno prudere e sudare il cuoio capelluto. Ancora si risponde con la cura di sé, cercando di ritrovare la propria femminilità con abiti che la esaltino, un trucco perfetto, la pulizia della parrucca. Forse è solo un’illusione, la consapevolezza di essere malata è chiara e l’ultima terapia è un sollievo, un traguardo fortemente desiderato. Il traguardo è anche sentire che si ricomincerà a vivere, basta con la chemio, basta andare in reparto, basta con i giorni in cui anche stare in piedi era complicato. Il passo successivo è la radio.

Poi ecco di nuovo il cancro, nel 2013, ma questa volta colpisce la sorella. Anni di interventi, chemio, radio, perdita di capelli, difficoltà a tenere in braccio la figlia, timori e disperazione per il futuro, suo e della bambina. La sorella le mente per proteggerla. L’ultimo anno la accudisce trasferendosi a casa sua e rifiutando l’idea che possa morire. Poi si ammala anche il padre. Il decorso della malattia è veloce, mentre la sorella sembra migliorare. Il cancro però è subdolo e maligno, e se li porta via entrambi, a distanza di otto giorni l’uno dall’altra nel 2018.

Ogni preghiera era stata vana. Il conforto viene dal Buddismo, in quelle che diventano le riunioni del giovedì: sentirsi compresi e scoprire una spiritualità che avvolge e mette in fuga il senso di colpa per il solo fatto di vivere. Qualche mese dopo la scomparsa della sorella, l’incontro con l’attuale compagno. Poi la nuova bastonata: un altro carcinoma. Le avvisaglie nel 2021: uscire dalla visita affranta, con la sensazione di non poter sfuggire ad un secondo cancro, di non avere più la stessa energia positiva. Bisogna ricominciare a lottare per vivere, paure vecchie e nuove, difficoltà a confidarsi, dare sofferenza ai figli è un dolore immenso. Allora si comincia ad eliminare la propria roba da casa nell’eventualità succeda il peggio: è inaccettabile che debbano farlo i figli e il compagno. Non ci si nega più nulla (cibo, TV, cucina), si sistema casa, si fanno passeggiate al mare con il compagno, si vedono pochissime persone.

Questo libro è un libro di grande umanità che sa guardare anche al dolore e alla sofferenza degli altri, alla forza che è richiesta a chi accompagna, stando accanto, ognuno con il suo modo di gestire la preoccupazione.

Un grazie va detto all’Autrice per aver raccontato la sua storia perché altre donne si sentano meno sole e più capite, per aver raccontato non per mettersi sotto i riflettori, ma per far conoscere tutto ciò che della malattia non si dice, senza nascondimenti o concessioni, senza finzioni o bisogno di mostrarsi diverse da chi si è. Per aver raccontato la sua duplice esperienza con il cancro: da paziente e da caregiver con la sorella, presentando il punto di vista del malato per sottolineare che occorre rispettare il suo equilibrio mentale oltre che curarne il corpo.

Ora indossa due orologi, per dare un valore maggiore al suo tempo che va impiegato nel migliore dei modi, rallentato per dare spazio alla qualità delle azioni: «ciò che mi è rimasto di negativo, è la paura. (…) un regalo immenso della mia nuova condizione è che ho imparato a rispettarmi (…) di più, a prendere in considerazione le mie sensazioni, il mio sesto senso e dare seguito ai miei desideri ed alle mie esigenze. (…) Trascorriamo molta parte della vita come se fossimo immortali, sottovalutiamo la velocità del tempo che corre. (…) Ogni ferita (…) va riempita di polvere d’oro e lacca, come fanno i giapponesi quando riparano i pezzi di vasellame prezioso con la tecnica del Kintsugi (…) d’ora in poi voglio rallentare il mio tempo per dare spazio alla qualità delle azioni» (pagine 150-151).

I proventi della vendita del libro sono devoluti ad Associazioni attive nell’ambito del sostegno alle donne con tumore.
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