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Un confronto sulla vicenda relativa all’articolo di Concita De Gregorio

02-09-2023 14:34 - News
Murales raffigurante i volti stilizzati di diverse persone (foto di Simona Lancioni, Muro di Berlino, 2002).
Come centro Informare un’h abbiamo dato spazio in più occasioni alla vicenda relativa all’articolo denominato “Il valore di un selfie”, nel quale la giornalista Concita De Gregorio ha utilizzato diverse espressioni afferenti all’area della disabilità intellettiva come insulto*. Il signor Leo Cerreta, una persona cieca, dice di sentirsi offeso dall’analisi proposta. Ben volentieri diamo spazio alle sue osservazioni, alle quali rispondiamo di seguito.

Caso Concita De Gregorio: sono disabile è trovo offensiva la vostra analisi

Ho cercato di trattenermi dallo scrivere, avendo altro di urgente da fare, ma non ci sono riuscito, perché quando mi imbatto in situazioni del genere, francamente esse mi urtano all’inverosimile e non posso fare almeno di oppormi.

Premesso che sono d’accordo sul fatto che le offese della giornalista De Gregorio ai vandali influencer non abbiano utilizzato certamente terminologie centrate ed appropriate alle persone che intendeva insultare, giacché purtroppo non si tratta di persone con menomazioni intellettive, ma di tutt’altro, quindi sarebbe stato opportuno scegliere altri tipi di insulti.

Detto ciò però arriviamo alla vostra disamina che è altrettanto sbagliata, e tradisce frustrazione, autocommiserazione, e forse anche un pizzico di egocentrismo, che non servono ad altro se non a garantire la longeva esistenza dell’atteggiamento di pietismo verso i disabili e le loro famiglie, motivo per il quale la cosa mi urta non poco.

Io sono cieco, ed è per questo che, nello spiegare perché è sbagliato quanto sostenete, prima di parlare direttamente del caso De Gregorio, citerò un caso analogo che mi è capitato. Ne parlo giusto perché non si possa adombrare che quanto sosterrò nel seguito sia frutto del fatto che non ho una disabilità intellettiva, e che quindi a mia volta discrimini persone con disabilità più gravi della mia.

Anni fa lessi un tweet dell’atleta cieco Daniele Cassioli che si era indignato per le parole pronunciate da un calciatore. Tale calciatore aveva inveito verso l’arbitro sostenendo che bisognava essere ciechi per non accorgersi di quell’azione, goal, punizione o altro, ora non ricordo nello specifico.
La sua indignazione era dovuta al fatto che tale affermazione, a suo dire, equivaleva ad ammettere che i ciechi non capiscono nulla di calcio.
L’atleta non si era fermato neppure per un secondo a pensare che quello era semplicemente un modo di sottolineare che quanto accaduto in campo era talmente evidente che bisognava non avere gli occhi funzionanti per vederlo.
Secondo Cassioli invece questo dava l’impressione che un cieco non possa seguire la partita e comprenderne le azioni pur senza il dono della vista.
Già, però poi si plaude ai servizi di telecronaca delle partite che alcuni club sportivi hanno posto in essere per i propri tifosi che vanno allo stadio, indice del fatto che magari è vero che un cieco la partita la può seguire, ma anche che, perché possa seguirla, ci sia bisogno di una descrizione di quanto accade.

Veniamo ora invece al caso De Gregorio.

Sebbene come già anticipato, il tipo di insulto non era calzante alle persone insultate, e sarebbe stato opportuno adoperare altre espressioni, il sorprendersi e l’indignarsi del fatto che per insultare una persona che non capisce o che magari non vuol capire, si ricorra a terminologie quali idiota, menomato, celebroleso, ecc. – cosa della quale De Gregorio non detiene l’esclusiva – non ha senso, perché è ovvio che qualsiasi persona nel pieno delle proprie capacità intellettive si sentirebbe offesa ad essere equiparata a chi invece ha tali limitazioni, e questo non perché ci si debba vergognare di avere una disabilità intellettiva, ma perché se non hai tali limitazioni e qualcuno ti fa notare che ti comporti come se le avessi, è ovvio che tutto ciò non può suonare certo come lusinghiero, ma ovviamente sarà inteso esclusivamente come offensivo.
Semmai ci si dovrebbe vergognare di non saper cogliere questa differenza, e di qui il mio completo accordo con la questione del contesto sollevata dalla De Gregorio, che è tutt’altro che un modo di distrarre l’attenzione dal tema, come invece sostenete voi.
Se si decontestualizzano tali affermazioni in maniera pretestuosa per montarci sopra una polemica, pensando che così facendo si promuova una cultura di rispetto, attenzione e dignità delle persone con disabilità, si sta sbagliando tutto, perché è soltanto un bumerang che ritorna indietro con un carico di pietismo, distanza e timore di offendere da parte delle persone cosiddette normodotate, che ancora di più si terranno a distanza aumentando in altezza il muro che separa le persone con disabilità dall’integrazione nella società.
Non si ottiene integrazione e rispetto della società mostrandosi permalosi, supponenti ed incapaci di accorgersi dei propri limiti, che non sono necessariamente colpa del prossimo.
Capisco che, ad esempio, ai genitori di una persona [con sindrome di] Down non faccia piacere vedere che la condizione del proprio figlio possa essere adoperata per offendere, tuttavia, come detto, occorre anche rendersi conto che non è un’offesa rivolta al proprio figlio e a tutti coloro che versano nella stessa o in analoga condizione, ma a chi pur avendo per sua fortuna capacità superiori si comporta come se non le avesse.
Un caso analogo si ha, ad esempio, quando per offendere un giornalista gli si dà del giornalaio, in tal caso dovrebbero indignarsi e offendersi tutti i giornalai?
E quando si dà a qualcuno del cioccolataio?
Certo è che per capire tutto ciò, bisogna prima fare pace con se stessi ed accettarsi per quel che si è, altrimenti la frustrazione prevale, appanna la mente e si fanno queste gaffe.
Non siamo uguali per nulla, c’è chi è meglio e chi è peggio in tante cose ed in tanti settori, l’uguaglianza deve essere dei diritti e innanzi alla legge, per il resto si è diversi e ciò comporta anche l’amara constatazione e presa d’atto che un disabile intellettivo versa in una condizione di inferiorità rispetto a chi gode pienamente delle proprie facoltà. Così come chi è cieco è inferiore a chi vede.
Poi, certo, ci sono le altre abilità, il modo di poter fare le cose comunque, anche se in modi differenti, ecc., ma la disabilità c’è, e ci sarà, anche se la si vuole nascondere sotto il mantello del politically correct.
Diversamente, se fosse vera la favoletta che i disabili sono diversamente abili, e che quindi possono far tutto come gli altri, soltanto che lo fanno in modi diversi, la disabilità stessa non esisterebbe perché sarebbe possibile superarla completamente, e non dovrebbero di conseguenza neppure esistere tutti quegli aiuti economici e non, che vengono erogati proprio per colmare i deficit.
Non si può essere disabili a fasi alterne, evidenziando le difficoltà e le limitazioni quando si chiedono gli aiuti, mentre quando ci si relaziona con la società guai a chi si permette di evidenziare che esistono quelle differenze che un minuto prima abbiamo richiamato per accedere agli aiuti del welfare.
C’è tanto di che indignarsi in tema di disabilità e diritti negati, e varrebbe la pena occuparsene di più, piuttosto che rendersi patetici con queste rivendicazioni, perché poi il rischio è che si stia costruendo una società molto politically correct nell’uso della parola, ma assolutamente incorrect nelle azioni, quindi nella sostanza.

Il grande affresco dell’umanità non sarebbe completo se mancasse anche una sola sfumatura

di Simona Lancioni

Gentilissimo signor Cerreta, la ringrazio per queste sue osservazioni. Lei afferma che sorprendersi e indignarsi per il fatto che vengano utilizzati come insulti termini «quali idiota, menomato, celebroleso, ecc.», sia pretestuoso, perché ormai tale pratica è di uso comune, perché Concita De Gregorio non detiene l’esclusiva di tale condotta, e perché l’intento della giornalista non era quello di offendere le persone con disabilità intellettiva, ma i vandali influencer. Lei dice anche che la mia disamina tradirebbe «frustrazione, autocommiserazione, e forse anche un pizzico di egocentrismo», ed avrebbe come solo effetto il rafforzamento di un atteggiamento pietistico verso le persone con disabilità e le loro famiglie.

In prima battuta mi viene da osservare che non posso sentirmi frustrata, né autocommiserarmi, e neppure manifestare un atteggiamento egocentrico indotto dalla disabilità, perché, anche se non mi piace categorizzare le persone, non sono una persona con disabilità. Dunque la sua interpretazione delle mie parole si basa su presupposti del tutto sbagliati, e, partendo da tali erronei presupposti, risulta del tutto inadeguata. Concordo con lei quando afferma che De Gregorio non detiene l’esclusiva di tale condotta, e che non avesse l’intenzione di stigmatizzare un gruppo di persone marginalizzato, ma, a differenza sua, ritengo che tale modalità esprima un pregiudizio abilista in qualsiasi contesto venga utilizzata. Credo anche che nel caso di De Gregorio l’uso di questa modalità espressiva sia ancora più grave perché i professionisti e le professioniste dell’informazione, lavorando con le parole, dovrebbero conoscerne il significato, ed evitare di veicolare pregiudizi e stereotipi abilisti dovrebbe rientrare tra le loro competenze di base. Dunque il fatto che alcuni/e di loro neppure si rendano conto di cosa stanno comunicando è indice di scarsa professionalità. Questa mia interpretazione è peraltro in linea con quanto espresso nella nota diramata dall’Ordine dei giornalisti in relazione alla vicenda. In essa, tra le altre cose, si legge: «La disabilità utilizzata come insulto, per commentare un episodio di cronaca che nulla a che vedere con la disabilità stessa. Le polemiche scatenate dal commento di Concita De Gregorio (“Il valore di un selfie”, su «la Repubblica» del 4 agosto 2023) confermano quanto l’abilismo sia ancora profondamente radicato nella nostra cultura, nonostante la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, sottoscritta dall’Italia nel 2007, abbia da tempo spostato il focus dall’ambito clinico-patologico a quello dei diritti umani, tracciando un percorso virtuoso di pari opportunità e dignità. Il contesto e l’abuso del politicamente corretto, a cui fa riferimento De Gregorio all’indomani della sua infelice uscita, nella nota con cui chiede “sommessamente scusa”, non hanno nulla a che vedere con la vicenda, ma appaiono ancora una volta fuorvianti e strumentali».

Non sono in grado di esprimermi riguardo all’aneddoto, da lei citato, relativo a Daniele Cassioli perché non conosco la vicenda a cui si riferisce. Posso però dirle che non ho mai utilizzato l’espressione “diversamente abili”, ed ancor meno ho modificato la narrazione della disabilità in funzione di non saprei bene quale convenienza a cui lei allude, le segnalo invece che sono impegnata da molti anni nella promozione dei diritti umani delle persone con disabilità sanciti dalla citata Convenzione ONU. Mi colpisce molto che lei si preoccupi si rassicurare i genitori delle persone con sindrome di Down circa il fatto che usare i termini della disabilità intellettiva come insulto non sottenda un messaggio offensivo (cosa peraltro non vera!), ma non sembri porsi il problema che siano proprio le persone con disabilità intellettiva a sentirsi oltraggiate, sminuite, invisibilizzate e disumanizzate da tali modalità espressive. Cosa le fa credere che costoro non provino emozioni e sentimenti? E quali princìpi autorizzerebbero De Gregorio, o chicchessia, a ferirli?

Riguardo al fatto che anche alcune professioni – giornalai e cioccolatai – siano utilizzate quali espressioni di insulto, il paragone non mi sembra per niente adeguato. Infatti, posto che nessuna persona che esercita una professione onesta dovrebbe divenire oggetto di denigrazione, né i giornalai, né i cioccolatai – a differenza delle persone con disabilità – appartengono a gruppi marginalizzati e a rischio di esclusione sociale. Dunque il danno, che pure c’è, presenta, nei casi esemplificati, conseguenze incomparabilmente minori.

Lei dice che le mie osservazioni riguardo al fatto che usare termini relativi alla disabilità come insulto sia espressione di abilismo non farebbero altro che rafforzare nelle «persone cosiddette normodotate» la propensione ad assumere atteggiamenti pietistici ed a tenersi a debita distanza dalle persone con disabilità. Afferma inoltre che «un disabile intellettivo versa in una condizione di inferiorità rispetto a chi gode pienamente delle proprie facoltà. Così come chi è cieco è inferiore a chi vede». Tuttavia, come può constatare, le sto rispondendo in modo rispettoso, argomentando nel merito delle questioni che mi ha posto, senza commiserarla e senza sottrarmi al confronto. Non credo di aver alcun motivo per sentirmi superiore o inferiore a lei o a qualsiasi altra persona con disabilità, anche intellettiva. Non mi relaziono alle persone (disabili e non) in questi termini. Al contrario di ciò che lei afferma, non mi sento in alcun modo sminuita a compararmi ad una persona con disabilità intellettiva o psichiatrica, in realtà riuscire a farlo con serenità mi infonde un profondo senso di libertà e di pace. Infatti, come vede, non mi perito a farne oggetto di riflessione pubblica. Mi impegno per realizzare me stessa, e per farlo non ho bisogno di stabilire gerarchie tra esseri umani. Non dipendere dal giudizio altrui e non essere in competizione mi permette di relazionarmi con chiunque alla pari. Credo che l’approccio etico basato sui diritti umani possa essere efficacemente rappresentato come un grande affresco dell’umanità nel quale ogni persona esprime il suo colore; e che tutti i colori, nelle loro infinite varietà e sfumature, concorrano a definire tale immagine. Credo anche che quell’affresco non sarebbe completo se mancasse anche una sola sfumatura. In questo affresco ognuno e ognuna occupa uguale spazio e partecipa in ugual misura a comporre l’umanità. A proprio modo, certo, ed è questa la vera meraviglia. In questo approccio ogni persona ha un valore intrinseco, dunque lei non ha alcun motivo di sentirsi superiore alle persone con disabilità intellettiva, né di sentirsi inferiore a chi non ha una disabilità. Infatti in questo disegno lei occupa esattamente lo stesso spazio loro e mio. Se riflettesse con più attenzione su queste sue convinzioni circa la superiorità/inferiorità di alcune persone rispetto ad altre, si renderebbe presto conto che esse sono prive di fondamento. La sto trattando da pari, e non mi sembra che in questo ci sia nulla di offensivo né per lei, né per me.
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