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Storia di Marta, l’ennesima vittima dell’amministrazione di sostegno

02-11-2023 15:00 - News
Un volto femminile appoggiato sul palmo di una mano.
Quella che lega Marta a Fabio è una vicenda particolarmente dolorosa, l’ennesima terribile storia che si va a sommare alle ormai innumerevoli altre storie di abusi commessi nell’applicazione dell’amministrazione di sostegno. In questo caso il dolore è acuito dal fatto che Marta è deceduta il 3 novembre 2022, all’età di soli 31 anni, e che oggi Fabio si ritrova coinvolto in un processo penale per aver commesso l’unico reato di non essere rimasto indifferente alle sue richieste di aiuto, e di non averla voluta abbandonare a sé stessa anche quando quell’istituto di tutela, che avrebbe dovuto sostenerla, ha invece finito per “stritolarla”.


Quella che lega Marta Garofalo Spagnolo a Fabio Degli Angeli è una vicenda particolarmente dolorosa, l’ennesima terribile storia che si va a sommare alle ormai innumerevoli altre storie di abusi commessi nell’applicazione dell’amministrazione di sostegno, l’istituto giuridico di tutela introdotto in Italia con la Legge 6/2004. Il dolore è acuito dal fatto che Marta è deceduta il 3 novembre 2022, all’età di soli 31 anni, e che oggi Fabio si ritrova coinvolto in un processo penale per aver commesso l’unico reato di non essere rimasto indifferente alle sue richieste di aiuto, e di non averla voluta abbandonare a sé stessa anche quando quell’istituto di tutela, che avrebbe dovuto sostenerla, ha invece finito per “stritolarla”.

«La chiave per comprendere le ragioni del male è racchiusa in quelle cinque sillabe che formano la parola indifferenza, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore», Fabio si presenta così, prendendo in prestito queste parole di Liliana Segre, superstite dell’Olocausto e testimone attiva della Shoah, oggi senatrice a vita.

Questa storia è ambientata in Puglia, e precisamente in provincia di Lecce. Marta vive con sua madre e la sua nonna materna, la signora Pietrina, in un ambiente familiare degradato. La nonna Pietrina e il nonno Ercole sono stati per Marta i riferimenti affettivi più importanti, e la morte di Ercole rappresentò per lei un’esperienza traumatica. Nel 2010-2011 Marta si sta diplomando al Liceo Psicopedagogico Pietro Siciliani di Lecce. È cresciuta senza sapere chi fosse suo padre sino al suo diciottesimo compleanno, quando pretenderà da sua madre di conoscere la sua identità. Con un quel nome in tasca, si presenta a Luigi Garofalo e gli comunica di essere sua figlia. Garofalo è una persona analfabeta, ma almeno inizialmente le presta attenzione. Sarà proprio il padre Luigi, in quegli stessi anni, a presentare Marta a Fabio e alla sua compagna, Gabriella Cassano, che è un’avvocata, ed avrà anche lei un ruolo in questa vicenda.

La precaria situazione familiare, e soprattutto il difficile rapporto con sua madre, anch’essa proveniente da ambienti modesti, procurarono a Marta un profondo malessere, e la indussero a rivolgersi al Servizio Sociale Territoriale in cerca di ascolto. Le difficoltà di Marta erano una chiara conseguenza del suo retroterra ambientale, dunque un malessere da ascoltare e di cui prendersi cura, non un sintomo da silenziare con gli psicofarmaci. Eppure è stata esattamente questa l’unica risposta che Marta ottenne dal Servizio Sociale, e il fatto che lei quegli psicofarmaci si rifiutasse di prenderli ha indotto il Servizio in questione a richiedere al Tribunale che le venisse assegnato un amministratore di sostegno.

Fu così che all’inizio del 2011 a Marta giunse una notifica del Tribunale avente ad oggetto l’attivazione della procedura di nomina di un amministratore di sostegno. Anche in questo caso, come già per la somministrazione degli psicofarmaci che le era stata proposta come soluzione al suo malessere, Marta comprese che lei non aveva bisogno di qualcuno che, agendo con modalità sostitutive, finisse per imporle cose a lei non gradite.

Marta aveva le idee chiare riguardo a come volesse vivere, e non mancò di manifestarle alla Giudice Tutelare in un’udienza che si tenne il 17 febbraio 2011, quando dovette spiegare le motivazioni per le quali aveva chiesto di essere sentita. «Non ho bisogno di un amministratore di sostegno – si legge infatti nel verbale dell’udienza –. Con mia nonna litigo spesso perché spesso mi manda a dire cose a mia madre e questo non mi va. Esco con mio padre Garofalo Luigi, mi reco a Carmiano dove mi incontro con delle amiche in casa loro: Margherita e Marietta. Frequento il Liceo Psicopedagogico a Lecce. Mi hanno prescritto una terapia farmaceutica in compresse e gocce ma non la voglio assumere perché quando non la assumo sono più sveglia».
Un’immagine di Marta Garofalo Spagnolo.

Trovandosi a doversi difendere da questa procedura ormai avviata, Marta chiese a Gabriella di assumere l’incarico di suo legale difensore, e Gabriella, proprio in questa veste, nel marzo 2011, depositò in nome della sua assistita una richiesta di essere sottoposta «all’esame di un consulente tecnico per appurare il suo stato psico-fisico attuale reale e poter dimostrare di essere autonoma e pienamente capace, per esempio, di comprendere la realtà che la circonda e di potersi autodeterminare».

Sentendosi ascoltata e compresa da Fabio e Gabriella, Marta consolida l’amicizia con loro, venendo da questi ricambiata. «Anche perché era facile voler bene a Marta», racconta Fabio. Ma questo legame che induceva Marta a preferire il supporto di Fabio a quello di altre persone, iniziò a infastidire Luigi, che reagì assumendo nei confronti di sua figlia atteggiamenti autoritari e possessivi. E quando, in occasione di un litigio tra padre e figlia, Fabio intervenne in difesa di quest’ultima, Luigi gli palesò la propria ostilità giungendo ad un passo da una vera e propria aggressione fisica. Fu questo un episodio che in quel periodo indusse Fabio ad allentare i propri rapporti con Marta, e Gabriella a rinunciare all’incarico di legale difensore della giovane donna. Una decisione che, riconsiderata col senno di poi, probabilmente non avrebbero preso.

Avvenne così che il 25 luglio 2011 la Giudice Tutelare Annafrancesca Capone nominò come amministratrice di sostegno di Marta l’avvocata Iovino, senza richiedere la consulenza tecnica di uno psichiatra che la stessa Marta voleva fosse eseguita, ed al contempo dichiarando che Marta era affetta da «gravi turbe comportamentali e manifestazioni psicotiche» che non le sono mai state diagnosticate, giacché la perizia prodotta dallo psichiatra Elio Serra nell’aprile 2021 certifica la sola presenza di un disturbo di personalità borderline derivante «da svantaggio socio culturale, e da svantaggio ambientale». Nella sostanza la nomina dell’amministratrice di sostegno è avvenuta sulla base di dichiarazioni false, non supportate da alcuna certificazione medica, e con l’elusione dell’esplicita richiesta di Marta di essere esaminata da un esperto riguardo alla propria facoltà di essere in grado di disporre di sé. Ma questa fu solo la prima delle tante bugie che si sono susseguite negli anni e che hanno creato le condizioni in cui Marta ha trovato la morte.

All’inizio di ottobre 2011, dunque a pochi mesi di distanza dalla nomina dell’amministratrice di sostegno, ed a vent’anni appena compiti, Marta verrà rinchiusa contro la sua volontà nella Casa Famiglia di Casarano, un Comune che non arriva a ventimila anime, e che si trova in provincia di Lecce. Di Case Famiglia Marta ne cambierà diverse, ma non riuscirà più a riconquistare la sua libertà. Da quel momento, per un tempo che si è protratto per anni, Marta è stata isolata dal mondo, senza che Fabio, Gabriella o altri potessero liberamente salutarla anche solo telefonicamente. Un divieto a cui dovette soggiacere anche Luigi, il padre di Marta, giacché per la legge, non avendo nessuna certificazione che attestasse la sua paternità, egli figurava solo come padre presunto. Profondamente prostrato dalla situazione che si era venuta a creare, Luigi si scusò con Fabio per la condotta tenuta nei suoi confronti, e chiese a lui e a Gabriella un aiuto per trovare un modo di riavvicinarsi a sua figlia. Ma purtroppo qualsiasi tentativo di avvicinare Marta si scontrava con i divieti impartiti dall’amministratrice di sostegno. Divieti acriticamente avvallati dalla Giudice Tutelare.

La Casa Famiglia di Casarano è un antico palazzo circondato da un ampio giardino e da alte mura, quasi fosse un castello. Ma per Marta quella era solo una prigione dalla quale fuggire tutte le volte che poteva. Di queste fughe si trova traccia anche nella documentazione prodotta dall’amministratrice di sostegno. In una relazione del 2012, ad esempio, la stessa amministratrice scriveva: «nel mese di gennaio 2012 Marta si è allontanata dalla Comunità senza il permesso del personale. La stessa è stata ritrovata a Matimo grazie all’aiuto dei Carabinieri di Casarano e dello zio di Marta; poco dopo il ritrovamento è stata ricondotta in Comunità. Marta era molto agitata e poco propensa a rimanere in Comunità». Queste fughe furono il pretesto per imporre ulteriori restrizioni alla libertà di Marta, e per aumentare le dosi degli psicofarmaci che le venivano somministrati contro la sua volontà.

Solo a distanza di mesi, nel maggio 2012, l’amministratrice di sostegno ha disposto che venisse assecondata la volontà di Marta di chiedere a Luigi la disponibilità a sottoporsi ad un esame ematico volto da accertare la sua paternità. Una richiesta che Luigi accolse prontamente. Ma nell’ottobre 2012, quando Fabio, Gabriella, Luigi e la genetista Giacoma Mongelli, che aveva già eseguito il test sul presunto padre di Marta, si sono recati presso la Casa Famiglia di Casarano per eseguire il medesimo test genetico su Marta – un esame che consiste nello strofinamento di un cotton fioc sulla lingua e sulle pareti interne della bocca–, non è stato consentito loro neppure di varcare il cancello esterno, e ancor meno di salutare Marta. Nonostante avessero reso note ai due operatori della struttura – un uomo e una donna – la propria identità e le motivazioni della loro visita, questi impedirono loro di mettere piede anche solo nel giardino dello stabile, adducendo a motivazione di aver ricevuto dall’amministratrice di sostegno l’ordine di impedire a chiunque anche solo di salutare Marta senza la sua preventiva autorizzazione. Fabio e gli altri riuscirono a vedere Marta solo da lontano, attraverso il vetro della porta principale dell’antico palazzo interno al giardino. Marta, avendoli riconosciuti, manifestò sorpresa e contentezza, ma quando capì che non le avrebbero permesso di incontrare suo padre e i suoi amici, iniziò a protestare contro un operatore che le stava accanto, tanto che, per allontanarla dal vetro della porta d’ingresso, dovettero prenderla di peso. Ma questo episodio, ben chiaro nella sua dinamica, venne descritto in modo menzognero nella relazione redatta dal responsabile della Casa Famiglia datata gennaio 2013. In questa relazione si legge: «La nostra ospite Marta fortemente provata dall’accaduto, affermava di non voler assolutamente dialogare con queste persone dalle quali si sente continuamente minacciata e perseguitata. Tale situazione ad oggi è ancora persistente e crea stati d’ansia e di agitazione nell’ospite Marta Spagnolo». Bugie, solo bugie.

Alle bugie del responsabile si sono aggiunte quelle della psicologa remunerata dalla Casa Famiglia, che nella relazione dell’11 gennaio 2013 così scriveva: «In riferimento all’episodio antecedente, avvenuto in data 07 ottobre 2012», tale episodio evoca «nell’ospite uno stato d’allarme, in relazione a tali condotte persecutorie. Ritengo, pertanto, che senza l’ordine formale del Giudice Tutelare ogni ulteriore visita e/o intervento da parte di avvocati e/o medici non sia opportuna per la paziente».

A fronte di ben due relazioni – quella del responsabile e della psicologa della Casa Famiglia – che raccontavano gli eventi in modo opposto alla realtà, Fabio, Gabriella e Luigi hanno convenuto che da lì in avanti avrebbero registrato ogni eventuale contatto, anche solo telefonico, con Marta. Contatti che però continuavano ad essere fortemente limitati o impediti, così che dall’esterno non si potesse verificare la situazione di disperazione in cui versava la giovane donna.

Gli anni passavano e Marta continuava ad essere tenuta richiusa e isolata in Casa Famiglia. Uno degli aspetti più spaventosi di questa storia è che ad ogni sporadico contatto telefonico che Fabio, Gabriella e Luigi riuscivano da avere con Marta – tutti contatti registrati e verificabili –, seguivano delle relazioni opposte al contenuto di quelle telefonate. Relazioni a firma della psichiatra, o della psicologa, o delle operatrici delle Case Famiglia, o, ancora, dell’amministratrice di sostegno, talune volte supportate da degli scritti a firma di Marta contro Fabio, Gabriella, suo padre e persino contro Serena, una sua amica d’infanzia. Tutte dichiarazioni che le imponevano di scrivere sotto dettatura, come la stessa Marta rivelò in occasione di una telefonata che è stata registrata. Ogni cosa era finalizzata a fare terra bruciata intorno a Marta.

Lo stato di disperazione di Marta venne riscontrato anche da Maria Barbara Luperto, una signora di Lecce che si recava a trovare suo figlio Antonio, ospitato nella medesima Casa Famiglia di Marta, e che chiese aiuto legale ad un avvocato che aveva delle collaborazioni con Gabriella. La signora Luperto dichiarò di aver visto Marta in diverse occasioni, ed anche in prossimità delle festività natalizie del 2013. In quell’occasione Marta le manifestò di essere molto triste «perché non le era consentito vedere nessuna persona amica». Tornata in visita alla Casa Famiglia qualche giorno dopo, Luperto, avendo sentito Marta gridare da lontano, si avvicinò a lei, e Marta le disse «che era molto arrabbiata perché il personale della Casa Famiglia l’aveva costretta ad assumere farmaci che lei non voleva».

Sempre nel 2013, passate le feste natalizie, nel pomeriggio del 29 dicembre, Fabio e Gabriella decisero di andare a trovare Marta presso la Casa Famiglia di Casarano. Giunti al cancello del palazzo monumentale chiesero di incontrare Marta per farle personalmente gli auguri per il Natale appena trascorso. Anche in questo caso l’operatrice della struttura, rispondendo al citofono, disse che anche per un semplice saluto era necessaria l’autorizzazione dell’amministratrice di sostegno. A quel punto Gabriella ha proposto all’operatrice di chiedere all’amministratrice di sostegno il permesso di vedere Marta per un semplice saluto. Poco dopo l’operatrice e un suo collega si recavano al cancello dicendo che l’amministratrice di sostegno vietava loro anche solo un saluto con Marta e che, se avessero insistito, avrebbero chiamato le Forze dell’Ordine. Davanti a questa reazione sono stati Fabio e Gabriella a recarsi dai Carabinieri di Casarano. Quindi, dopo uno scambio telefonico tra i Carabinieri ed il proprietario della Casa Famiglia, venne accordato loro il permesso di salutare Marta. Tuttavia, tornati presso la struttura, i medesimi operatori dissero loro che Marta si era sentita male ed era stata ricoverata in Ospedale. Dunque anche in questa occasione i tre amici non ebbero la possibilità di incontrarsi personalmente.

Ma la cosa impressionate è che questi due episodi nei quali Fabio e Gabriella hanno cercato di vedere Marta (quello per il test genetico, e questo per gli auguri di Natale) nelle relazioni presentate alla Giudice Tutelare sono stati descritti come se nel primo caso fosse stata Marta a rifiutare l’incontro, e nel secondo caso Marta si fosse sentita così male al solo pensiero di vederli da rendere necessario il suo ricovero in Ospedale. Ospedale che – all’oscuro della situazione – ha prodotto loro una certificazione in tal senso.

Fatto sta che l’amministratrice di sostegno, pur sapendo che quelle dichiarazioni erano false, le ha utilizzate come pretesto per chiedere alla Giudice Tutelare di introdurre una «misura di “allontanamento” dalla struttura non solo del presunto padre ma anche del suo avvocato Gabriella Cassano».

I pochi contatti che negli anni successivi Marta è riuscita ad avere con l’esterno, furono altrettante occasioni nelle quali manifestava la sua disperazione per il suo stato di reclusione, ed il bisogno di uscire dalla quella struttura in cui non voleva vivere. Oltre alla mole di registrazioni prodotte da Fabio e Gabriella, lo testimonia anche Serena, la sua amica d’infanzia, anche lei impegnata, per quanto ha potuto, a cercare di starle vicino e di farle coraggio.

Un momento importante di questa storia si verificò il 14 gennaio 2018, quando Marta, in preda allo sconforto, riuscì a fuggire dall’Ospedale Vito Fazzi di Lecce in cui era ricoverata, ed a cercare rifugio dapprima presso l’abitazione di una persona amica di Fabio, ed il giorno dopo la fuga presso lo studio/abitazione di Gabriella, che si trova a poco più di un chilometro dall’Ospedale da cui era fuggita. In quell’occasione Marta affiderà all’avvocata il mandato per un ricorso finalizzato la cessazione dell’amministrazione di sostegno, oppure, nel caso la revoca non fosse concessa, la sua sostituzione con la nomina a tale ruolo della sua amica Serena. Ma anche questa vicenda venne strumentalizzata ad arte, fino a confezionare a carico di Fabio e Gabriella un’indagine per sequestro di persona, circonvenzione, sottrazione ed abbandono di persona incapace, utilizzando precedenti relazioni false ed annotazioni da parte del delegato all’indagine, con il concorso del Pubblico Ministero titolare. Relazioni che sono smentite da audio ambientali.

Tra le relazioni false, v’è quella della psichiatra Alma Pomarico tenuta a libro paga dalla Casa Famiglia di Monteparano e Manduria (strutture facenti parte dello stesso Circuito CRAP – Comunità Riabilitative Assistenziali Psichiatriche – appartenenti allo stesso titolare), che nel settembre 2017 produsse una relazione nella quale affermava falsamente che Fabio «metteva in guardia la paziente contro la sottoscritta dott.ssa Pomarico Alma, incutendole paura ed angoscia, e le chiedeva di comunicargli la sua prossima uscita all’esterno della struttura, affinché lui e l’avv. Cassano potessero farsi trovare in un luogo adeguato del paese con una macchina per portarla via dalla struttura contro la volontà degli operatori e del servizio pubblico di appartenenza». Anche queste dichiarazioni sono smentite dall’audio di una telefonata avvenuta l’8 settembre 2017. Da questo audio risulta che è stata Marta a chiedere a Fabio di recarsi “immediatamente” presso la Casa Famiglia “Il mirto” di Monteparano (Taranto), dove era ospitata in quel momento, perché voleva andare via. Nello stesso audio racconta che la psichiatra Pomarico le aveva aumentato gli psicofarmaci dopo ogni suo tentativo di fuga. Che Marta non ne potesse più di stare in quell’ambiente lo dimostra anche il fatto che poco più di un mese dopo, il 15 ottobre, fuggirà nuovamente da quella struttura, facendosi oltre otto chilometri a piedi fino a raggiungere l’entrata del paese di Fragagnano (Taranto), dove verrà rintracciata dai Carabinieri di San Giorgio Ionico, e riportata alla Casa Famiglia da cui era fuggita. Una fuga, questa, documentata nella relazione prodotta dagli stessi Carabinieri.

Il 25 gennaio 2018, nonostante abbiano cercato di impedirglielo, Marta riuscirà a farsi ascoltare dalla Giudice Tutelare De Matteis, che in quella circostanza sostituì la Giudice Tutelare Capone. Nel verbale dell’udienza le sue volontà vennero così riportate: «La giovane ha timore di ritornare nella struttura dove ci sono 10 maschi e 2 donne; e comunque in nessuna altra struttura. Detta volontà è anche espressa dalla ragazza. La ragazza asserisce di non volere assumere più psicofarmaci poiché modificano il suo modo di essere. Insiste soprattutto sulla necessità di togliere subito la spirale. Insiste che con l’avv. Iovino il rapporto non è più “decente”; tra l’altro l’avv. Iovino le ha fatto firmare dei mandati in bianco e comunque non rispetta le sue volontà». Marta verrà ricondotta in struttura il 29 gennaio 2018.

Davanti alla Giudice Tutelare sono state prodotte registrazioni audio che smentivano tutte le false relazioni che i diversi soggetti afferenti alla Casa Famiglia avevano redatto, ma, nonostante questo, il 27 gennaio 2018 la Giudice Tutelare Capone, rientrata velocemente in Tribunale nonostante fosse in lutto per la morte del padre avvenuta appena tre giorni prima, ha rigettato il ricorso di Marta fondando la sua decisione su quattro episodi smentiti da registrazioni ambientali e telefoniche.

Quello che per la Giudice Tutelare era un semplice rigetto, per Marta era l’ennesima “pugnalata” delle Istituzioni. Portata all’esasperazione, e non sapendo più come chiedere aiuto, Marta ha assunto degli psicofarmaci che le hanno procurato la morte. Era il 3 novembre 2022, aveva appena 31 anni, e ne aveva passato 11 da reclusa in strutture dove non voleva vivere. Strutture che, per tenerla incarcerata, percepivano una retta di 156 euro al giorno. Chi la conosceva sa che Marta non voleva morire, lei voleva vivere, il suo è stato un atto dimostrativo di cui non ha saputo valutare la portata. Ora è sepolta nel cimitero di Monteroni di Lecce, a pochi metri dall’abitazione di sua nonna materna con la quale ha vissuto, e che le ha voluto bene.

Ma questa terribile storia non è ancora finita perché su Fabio Degli Angeli e Gabriella Cassano pendono ancora dei procedimenti penali legati al fatto di aver dato rifugio ed ospitalità a Marta quando è fuggita dall’Ospedale nel 2014. Sequestro di persona, circonvenzione, abbandono e sottrazione di persona incapace sono i reati loro ascritti. L’applicazione perversa dell’amministrazione di sostegno funziona così, oltre a distruggere chi vi è sottoposto, persegue penalmente coloro che osano contrastare l’arbitrio degli amministratori di sostegno e dei Giudici Tutelari che li assecondano. Cambiano i nomi, ma il copione è sempre lo stesso. E tale rimarrà, se non ci decideremo a cambiare quella maledetta Legge. (Simona Lancioni)
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