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Residenze sanitarie assistite: “privilegio” dei bianchi

19-09-2023 14:43 - News
Particolare delle mani di un uomo anziano poggiate su un bastone (foto di Pexels).
Che ne è delle persone migranti che vengono nel nostro Paese a pulire le nostre case, a occuparsi dei nostri anziani, quando esse stesse diventano anziane? E che idea si sono fatte queste persone di come noi italiani, e più in generale le popolazioni occidentali, trattiamo le persone che invecchiano? A questi temi è stata dedicata la riflessione proposta dall’Associazione Diritti alla Follia, ed anche il docufilm “RSA: ‘privilegio’ dei bianchi” realizzato dalla regista Roberta Zanzarelli, in collaborazione con la giornalista Barbara Pavarotti.

Loro non sono come noi. Sono meglio. Loro non mettono i loro anziani nelle RSA [Residenze Sanitarie Assistite, N.d.R.] o cronicari vari. Loro considerano sacri i loro vecchi, anche se dementi, malati, invalidi e li accudiscono in famiglia, con l’aiuto della comunità di riferimento. Loro sono come eravamo noi italiani tanti anni fa, prima che esplodesse il business delle strutture per vecchi. Loro sono i nostri migranti, quelli che vengono in Italia a pulire le nostre case, a occuparsi dei nostri anziani. A fare di tutto e di più. E sono allibiti dal fatto che noi italiani non abbiamo tempo per i genitori invecchiati. Che non ci sia intorno a loro una rete di assistenza e protezione fornita dall’intera comunità come accade nei loro Paesi.

L’Associazione radicale Diritti alla Follia, nella sua rubrica “Il diritto fragile” [122° puntata andata in onda il 30 agosto 2023, e visibile a questo link, N.d.R.], ha voluto ascoltare le loro testimonianze, puntando l’accento sui migranti anziani: che fine fanno? Nessuno ne ha mai parlato finora. Nel nostro immaginario i migranti sono tutti giovani e forti, ma anche loro invecchiano. E dopo che succede?

Doumbia, 35 anni, è in Italia da sei e viene dalla Costa d’Avorio: «Sono arrivato con la barca a Lampedusa – racconta –, ho visto tanti bambini e donne rimasti in acqua. Poi sono stato trasferito a Verona, ho imparato l’italiano perché per l’integrazione devi conoscere la lingua, ho fatto le scuole serali e ho trovato lavoro alla Fondazione Arena. In Costa d’Avorio gli anziani sono le persone più preziose, quando muoiono è come una biblioteca che brucia. Da noi non esistono centri per anziani, vengono accuditi in casa. Certo, ci sono gli invalidi, ma non è che non li devi rispettare perché tali».

Celestino Victor Mussomar, 37 anni, è nato in un poverissimo villaggio del Mozambico. Ora è docente di Filosofia politica all’Università di Maputo e presidente del Centro Studi Africani in Italia (CeSAI). E racconta: «Nel mio villaggio gli anziani sono persone che tramandano la cultura e i valori, non esiste l’esclusione. Primeggia l’essere e non l’avere, come invece è nella cultura occidentale. Per noi africani che stiamo in Italia è inconcepibile portare le persone in RSA, sarebbe contro i diritti umani. Questo distacco fra l’anziano e la famiglia, invece di migliorarli, aumenta i problemi della possibilità di vita per gli anziani.
In Occidente vediamo che l’anziano è diventato un peso per la famiglia. E, dall’altra parte, c’è la cultura di non fare figli. Quindi è una cultura della morte. Ci criticano perché noi africani facciamo tanti figli. Ma fare figli è una banca della vita. Quello che guarisce è la vicinanza, la condivisione. Un sorriso di un medico potrebbe curare più di un farmaco. Invece nella RSA l’anziano è un oggetto di guadagno per chi dovrebbe curare.
Voi medicalizzate, internate e separate gli anziani dal mondo. Mi chiedete come ci comportiamo noi in Mozambico con chi soffre di demenza? Io, in famiglia, ho una persona con demenza. È a casa, vive con noi, la curiamo. La portiamo in ospedale quando necessario e poi la riportiamo a casa.
Devo dire però che c’è un’Africa moderna che è fotocopia dell’Occidente, ma questi centri di ricovero sono contestati perché la maggioranza della nostra popolazione, diciamo il 75%, vive ancora nei villaggi, nell’ambiente rurale. L’Africa al momento è fatta di due culture in conflitto: la cultura tradizionale, al momento, per fortuna, in maggioranza, e l’imitazione dell’Occidente».

Roberta Zanzarelli, ideatrice, regista e sceneggiatrice del primo e unico docufilm dedicato ai migranti anziani in Italia, «RSA: ‘privilegio’ dei bianchi», in collaborazione con la giornalista Barbara Pavarotti, riferisce altre testimonianze, fra cui quella di una coppia musulmana a Torino: «Costoro mi hanno detto che per l’Islam il modo con il quale accudisci i genitori anziani sarà la chiave per il Paradiso. E in questo fanno riferimento a specifici versetti del Corano. Inoltre sono molto riconoscenti per la vita e l’educazione ricevuta, quindi si occupano dell’anziano genitore per restituirgli almeno un 10% di quanto hanno avuto». Il marito ha detto: «Le chiamate case di cura o di riposo. Perché non le chiamate case per abbandonare i genitori?»

«I figli che ricoverano i genitori – prosegue la regista Zanzarelli – sono il frutto del ‘pensa a te stesso, fai carriera, non guardare in faccia a nessuno’. Sempre la cultura dell’avere e non dell’essere. E l’hanno interiorizzata così tanto da non guardare in faccia nemmeno i loro genitori».

Rosaria Impenna, antropologa, osserva: «Tempo fa ho letto che la Cassazione ha sentenziato: se i nipoti non vogliono andare a trovare i nonni, ne hanno tutto il diritto. Ci rendiamo conto del punto a cui siamo arrivati? L’anziano come figura sempre più lontana dalla famiglia, un disturbo. La voragine è data dall’istituzione della famiglia ormai sconquassata. In Occidente siamo diventati antropofagi, ci stiamo divorando. L’anziano non ha salvezza, è una merce di scarto. Il suo unico diritto è quello di morire, la sua unica funzione è riversare i beni che ha accumulato in vita agli eredi. Perché l’anziano spesso possiede, quantomeno una casetta, quindi la sua eliminazione ci permette di migliorare la nostra condizione economica. I cronicari rappresentano un passo molto più atroce della badante, che consente loro di rimanere in casa, coi propri ricordi. Appena si sposta la persona anziana in RSA precipita in uno stato psico-fisico comatoso».

Barbara Pavarotti ricorda che Piero Coppo, il fondatore dell’etnopsichiatria, nei suoi libri spiega come, in culture che l’Occidente ha il vizio di considerare poco sviluppate, la comunità viene considerata come una rete. Se si apre un buco nella rete, con persone in crisi per vari motivi, questa va ricucita. Se ne occupano i guaritori e chi, per esempio – secondo i nostri canoni occidentali – perde il contatto con la realtà non è un demente, ma una persona entrata in contatto col mondo degli spiriti, che è un mondo divino, sacro. Nel nostro Occidente super sviluppato, invece, chi perde il senno è un problema, non serve più a nulla, è un peso morto di cui disfarsi.

Infine gli appelli di Doumbia e Celestino agli occidentali.

Doumbia: «Per me quello che manca agli europei è la dignità degli esseri umani. L’Occidente deve tornare a occuparsi degli anziani e a rispettarli».

Celestino: «Basta con la cultura dell’avere e non dell’essere. Sì alla banca della vita, non dei soldi. L’Occidente deve ripensare la famiglia. Una cultura che delega agli altri, agli stranieri, la cura della vita, è una cultura che ha perso ogni orizzonte».
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