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L’amministrazione di sostegno e il «delitto di umanità»

07-07-2024 14:30 - News
“Decisione impossibile” (2014), scultura in bronzo dell’artista francese Annick Leroy.
Dopo vari slittamenti, lo scorso 29 maggio ha preso il via, presso la Corte di Appello di Lecce, il processo contro l’avvocata Gabriella Cassano, il suo compagno Fabio Degli Angeli, e altri due imputati accusati di reati penali pesantissimi per aver accolto Marta Garofalo Spagnolo, nel 2018, in occasione di una delle sue tante fughe dalle “Case famiglia” in cui era stata rinchiusa, contro la sua volontà, su indicazione della sua amministratrice di sostegno. Riferiamo gli esiti della quarta udienza segnalando che essa è stata aggiornata al prossimo 26 giugno.
“Decisione impossibile” (2014), scultura in bronzo dell’artista francese Annick Leroy.

Dopo vari slittamenti, lo scorso 29 maggio ha preso il via, presso la Corte di Appello di Lecce, il processo contro l’avvocata Gabriella Cassano, il suo compagno Fabio Degli Angeli, Cosimo Visconti e Cosimo Filieri accusati di sequestro, circonvenzione, abbandono e sottrazione di Marta Garofalo Spagnolo (la cui vicenda è pubblicata a questo link). I reati contestati si sarebbero svolti dal 14 al 24 gennaio 2018, quando Garofalo Spagnolo aveva ventisette anni.

Per chi non conoscesse la sua storia, ricordiamo che Marta Garofalo Spagnolo è stata una giovane donna pugliese rinchiusa, contro la sua volontà, per oltre undici anni, in varie “Case famiglia”, su indicazione della sua amministratrice di sostegno. Purtroppo Marta è deceduta all’interno di una di queste strutture il 3 novembre 2022, all’età di soli 31 anni. Che lei non volesse vivere rinchiusa lo dimostrano, oltre ai numerosi audio e video non considerati nelle udienze di primo grado, le sue molteplici fughe da quelle che i gestori continuavano a chiamare “Case famiglia”, pur essendo esse delimitate da muri alti diversi metri, a cui si accede da portoni simili a quelli delle case circondariali. Ed è proprio in occasione di una di queste fughe che Cassano e Degli Angeli, raccogliendo la ennesima richiesta di aiuto di Marta, le fornivano rifugio ed ospitalità. È questo l’episodio dal quale sono scaturite le accuse che ora li vedono imputati, assieme ad altre due persone, di reati penali pesantissimi.
L’imponente cancello de “Il Mirto” di Monteparano (Taranto), una delle “case famiglia” del circuito “Sol Levante” in cui è stata rinchiusa Marta Garofalo Spagnolo (fonte: documentazione agli atti del processo).

Il primo grado di giudizio, svoltosi senza che venissero ascoltati e visionati in aula gli audio e i video con la voce e le immagini di Marta prodotti dagli imputati, si è concluso con le seguenti condanne: quattro anni e 6 mesi per Cassano e Degli Angeli, due anni e 2 mesi per Cosimo Visconti, tre anni per Cosimo Filieri. Inoltre a Cassano, Degli Angeli e Filieri, è stata comminata quale pena accessoria l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.

Dunque, dal 29 maggio in poi si sono svolte diverse udienze del processo d’Appello. Nella quarta – svoltasi in data odierna (19 giugno) – la difesa di Cassano e Degli Angeli è stata assunta dall’avvocato Michele Capano, presidente di Diritti alla Follia, l’Associazione che segue la vicenda da diverso tempo e che, tra le altre cose, sta promuovendo una Proposta di Legge di iniziativa popolare proprio per promuovere la riforma dell’amministrazione di sostegno (se ne legga in nota).

È lo stesso Capano a riferire l’esito della quarta udienza in un video pubblicato nella pagina Facebook di Diritti alla Follia (a questo link). Udienza che è stata aggiornata al prossimo 26 giugno. Preliminarmente l’avvocato difensore fa notare come il Giudice Tutelare avesse conferito all’amministratrice di sostegno di Garofalo Spagnolo “poteri sostitutivi”: il potere di decidere il luogo di residenza e anche le terapie a cui dovesse essere sottoposta la beneficiaria. Tutte scelte operate «al posto di Marta stessa, che quindi era privata della possibilità di prendere qualsiasi decisione significativa sulla propria vita». Per Capano il vero crimine di cui sono accusati gli imputati è il «“delitto di umanità”, ossia il tentativo, attuato in un contesto di indifferenza generale, ed a fronte dell’illegalità istituzionale riscontrata, di sottrarre Marta al destino infame a cui la Repubblica la stava condannando». Una pratica, quella della segregazione, in contrasto con la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, che riconosce a tutte le persone con disabilità (e dunque anche a quelle con disabilità psicosociale) il diritto di scegliere dove, come e con vivere, nonché le libertà fondamentali di cui godono tutte le altre persone. Gli imputati volevano cioè che Marta vivesse una vita come quella di tutte le altre ragazze della sua età – che vedesse la luce del sole, che incontrasse chi voleva, che avesse i supporti di cui aveva bisogno –, e che sfuggisse alla «feroce segregazione» in cui invece è stata costretta a vivere.
Le mura esterne rinforzate de “Il Mirto” di Monteparano (Taranto), una delle “case famiglia” del circuito “Sol Levante” in cui è stata rinchiusa Marta Garofalo Spagnolo (fonte: documentazione agli atti del processo).

Il Giudice di primo grado ha presentato la situazione di Garofalo Spagnolo come una realtà in cui la giovane donna, in ragione della sua difficoltà psicosociale, fosse stata accolta e adeguatamente assistita all’interno delle diverse strutture ospitanti, che in esse si trovasse bene, che avesse un buon rapporto con la sua amministratrice di sostegno. Una realtà idilliaca nella quale, ad un certo punto, si sarebbero intromessi gli imputati allo scopo di destabilizzare Marta e approfittare di lei (sebbene non sia stato chiarito quale beneficio avrebbero potuto trarre da una simile operazione). A fronte di questa rappresentazione dei fatti, Capano, atti del processo alla mano, ha mostrato che quando nel lontano 2011 Marta Garofalo Spagnolo, su iniziativa del servizio psichiatrico locale, si era vista convocata in Tribunale per la nomina di un amministratore di sostegno nei suoi confronti, aveva chiesto aiuto all’avvocata Gabriella Cassano per non essere sottoposta alla misura, ma il Giudice Tutelare non tenne conto del parere contrario di Marta, e procedette comunque con la nomina. Di lì a poco l’amministratrice di sostegno appena nominata ha disposto l’internamento di Marta in una struttura. Dunque dalla fine del 2011 Marta sarebbe stata ospitata in diverse “Case famiglia”, «che in realtà sono dei veri e propri “manicomi”», dove ha vissuto totalmente segregata: era privata della libertà di telefonare e vedere chi voleva, nonché di uscire dalla struttura. A fronte di simili restrizioni, Marta tentò più volte la fuga. Alcune volte con maggiore successo, altre volte meno. Ma i tentativi di sottrarsi alla segregazione erano continui, come pure le richieste di aiuto al padre (che in quegli anni era solo un presunto padre, ma aveva intrapreso una procedura per l’accertamento giudiziale della paternità), e la stessa Cassano, con cui aveva qualche contatto. Nella sostanza Marta voleva che le venissero riconosciuti i diritti umani sanciti dalla già citata Convenzione ONU, che all’epoca di fatti era già divenuta norma del nostro Paese, essendo stata ratificata con la Legge 18/2009. A ciò si aggiunga che nel 2016 il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità, nelle sue Osservazioni Conclusive al primo rapporto dell’Italia sull’applicazione della citata Convenzione, ha raccomandato all’Italia di abolire tutti i regimi decisionali sostitutivi, compresa l’amministrazione di sostegno, se applicata con tale modalità. Ma al di là di questo, è la stessa istituzionalizzazione a configurarsi come una pratica in violazione dei diritti umani perché la disabilità non può mai essere considerata un valido motivo per restringere la libertà di un individuo. Ma così non è stato per Marta. Dunque, non riuscendo a stare indifferenti alle richieste di aiuto di Marta, constatandone la disperazione che si concretizzava anche nelle continue fughe, Cassano e Degli Angeli hanno cercato di supportarla come potevano.

Dietro la vicenda di Marta Garofalo Spagnolo si celavano anche molti interessi, osserva Capano, perché la sua istituzionalizzazione fruttava circa 150 euro al giorno (4.500 euro al mese) alle strutture ospitanti. La qual cosa ben spiegherebbe l’impianto accusatorio costruito contro coloro che hanno cercato di aiutare Marta. Stando ai giornali Marta perse la vita nel novembre 2022 per abuso di farmaci, ma non risultano inchieste su questa scomparsa. Vale a dire su come sia stato possibile che Marta sia venuta in possesso di una quantità letale di farmaci, pur essendo sottoposta a costante sorveglianza. L’approccio difensivo ha mirato a smontare le mistificazioni proposte dall’accusa utilizzando anche i file audio e i video che riproducono la vera condizione in cui viveva Marta, le sue parole, la sua voce, la sua disperazione per la condizione di segregazione in cui era costretta a vivere, la sua volontà. Quella volontà che la Convenzione ONU raccomanda di salvaguardare, ma che in questa storia è stata lungamente calpestata.

Un ulteriore aspetto messo in rilievo dalla difesa ha fatto riferimento al pronunciamento della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (CEDU) inerente al caso di Carlo Gilardi, l’anziano professore rinchiuso in una struttura per anziani contro la sua volontà. In particolare Capano ha mostrato come anche nel caso di Marta Garofalo Spagnolo si è verificata una situazione di abuso dell’amministrazione di sostegno simile a quella descritta nella Sentenza CEDU del 6 luglio 2023. Nella sostanza l’amministrazione di sostegno è stata utilizzata per aggirare le garanzie minime stabilite dalla legge sul trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Infatti la norma prevede tutta una serie di obblighi e adempimenti per disporre un TSO di sette giorni (eventualmente rinnovabili, a condizione di ripetere la procedura), ma nel momento in cui l’amministratore di sostegno può dare l’autorizzazione alla somministrazione dei farmaci in luogo della persona beneficiaria, «noi possiamo avere, come nel caso di Marta, un TSO lungo undici anni», facendo in modo che esso risulti formalmente come “trattamento sanitario volontario” nonostante sia stato autorizzato da terzi (ossia dall’amministratrice di sostegno e dal Giudice Tutelare). Si tratta di un ulteriore abuso gravissimo compiuto ai danni di Marta.

In conclusione segnaliamo che Diritti alla Follia continuerà a seguire il processo, e che, come già accennato, la prossima udienza si terrà il prossimo 26 giugno. (Simona Lancioni)



Per informazioni: dirittiallafollia@gmail.com

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