25 Giugno 2024
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Firmo ergo sum: le barriere burocratiche e le Pubbliche Amministrazioni

31-05-2024 14:42 - News
“Relativity”, celebre litografia realizzata, nel 1953, dell’artista olandese Maurits Cornelis Escher. L’opera rappresenta l’interno di un edificio con sette scale utilizzate da differenti figure umane stilizzate, ma ogni scala sembra soggetta a fonti di gravità diverse. Nella struttura sono inoltre presenti finestre e porte che conducono ad ambienti esterni simili a parchi verdi.
«Nel 2024 – scrive Stefania Delendati – è possibile che una cittadina italiana nel pieno possesso dei suoi diritti civili debba sottoporsi ad un iter burocratico tanto lungo, diverso da quello degli altri, soltanto perché non muove le mani? No, non è possibile, perché lo dicono la norma, il buon senso e la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Ci si pensa di rado, ma quello delle barriere burocratiche è un problema annoso che merita maggiore attenzione perché causa disagi nella vita quotidiana, nell’erogazione di servizi essenziali e nell’espletamento dei propri diritti».

Ricordo l’ultima volta che sono riuscita a firmare in autonomia, dovevo rinnovare la carta d’identità. Penna nella mano storta, ho scritto molto lentamente tremolanti lettere, una dopo l’altra, con una fatica che soltanto chi l’ha provata può capire. Mano sinistra, per la precisione, sono nata destrorsa, ma la mia patologia degenerativa, anno dopo anno, ha reso la mano destra praticamente inutilizzabile, pertanto ero diventata mancina, quando si dice “fare di necessità virtù”!
Poi anche la mano sinistra mi ha abbandonata, non c’era più modo di sorreggere qualsivoglia strumento per scrivere, a quel punto ho provveduto a fare una procura e con questa delegare a mia mamma la firma di ogni documento. La notaia ha espletato a norma di legge la procedura, consegnandomi l’atto originale, depositandone uno presso il tribunale di zona, e dicendomi che avrebbe su richiesta fatto delle copie che avrei potuto utilizzare in caso di bisogno.
La procura generale, che si distingue da quella speciale in quanto valida a tempo indeterminato fino all’eventuale revoca, è utilizzata sovente dalle persone con disabilità impossibilitate a firmare, ne conosco alcune che anche di recente hanno dovuto dotarsene. È un atto pienamente legale, previsto dalla nostra normativa, anche di un certo peso economico, non va dimenticato.
Pensavo che una volta in possesso della procura non avrei più avuto problemi, e così è stato fino a quando la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) ha depositato in tribunale i documenti per registrarmi come nuova direttrice responsabile di Superando.
Non mancava nulla, la tessera dell’Ordine dei Giornalisti (su quella c’era “l’autografo” originale, quando mi è stata rilasciata riuscivo ancora a scrivere), la carta d’identità con sopra scritto a chiare lettere “impossibilitata alla firma”, il modulo compilato per il cambio direzione della testata firmato da mia mamma e ovviamente la procura nella quale è scritto che lei appone il nome al posto mio.
La faccio breve, ci sono voluti due mesi abbondanti prima di concludere la pratica, la procura non è stata inizialmente accettata e i documenti sono tornati al mittente, malgrado fossero corretti e, ripeto, la procura è un atto previsto dalla legge. Se avessi potuto scrivere il mio nome con le mie mani, tutto si sarebbe concluso in un paio di settimane.

Nel 2024 è possibile che una cittadina italiana nel pieno possesso dei suoi diritti civili debba sottoporsi ad un iter burocratico tanto lungo, diverso da quello degli altri, soltanto perché non muove le mani? No, non è possibile. Non lo è perché lo dicono la norma, il buon senso e la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (Legge 18/2009 dello Stato italiano), la quale va oltre e nomina i moderni dispositivi tecnologici, impegnando gli Stati che l’hanno ratificata «ad accettare e facilitare nelle attività ufficiali il ricorso da parte delle persone con disabilità […] alle comunicazioni aumentative ed alternative e ad ogni altro mezzo, modalità e sistema accessibile di comunicazione di loro scelta” (articolo 21, punto b).
Ci si pensa di rado, ma quello delle barriere burocratiche è un problema annoso che merita maggiore attenzione perché causa disagi nella vita quotidiana, nell’erogazione di servizi essenziali e nell’espletamento dei propri diritti. Se ne discute sui social, nei gruppi dedicati alla disabilità. Giusto questo mese ho letto di una signora che deve fare lo SPID per il figlio maggiorenne con disabilità che non sa firmare, le serve per scaricare le prescrizioni mediche dal Fascicolo Sanitario Elettronico. Lei è l’amministratrice di sostegno del figlio, le hanno detto che questo non conta, se lui non firma non può avere lo SPID. Quel che mi ha lasciata basita, ma non sorpresa, era la varietà dei commenti sotto la sua richiesta di consiglio: tante persone hanno portato le loro esperienze, alcune nella medesima situazione avevano avuto difficoltà diverse, altre nessun problema.
A mio avviso questo è il sintomo di un’interpretazione differente della normativa a seconda dell’ufficio a cui ci si rivolge, del funzionario di turno; alla base, dunque, la normativa è passibile di letture non univoche, cosa che in un Paese che funziona non dovrebbe accadere.
Altro caso nel 2022: la figlia di una signora con disabilità non riusciva ad avere la carta d’identità elettronica per la madre perché il software utilizzato per caricare la fotografia nel sistema non teneva conto di asimmetrie del volto, di problemi di attenzione che impediscono, ad esempio, di tenere la testa dritta e lo sguardo fisso. Insomma, niente carta d’identità elettronica se non si era esattamente frontali, se sul volto vi erano ombre causate dall’anatomia non “perfetta”, e “via discriminando”. La carta d’identità elettronica non è un privilegio destinato a pochi, è un documento che serve per accedere ai portali online della Pubblica Amministrazione, con la vecchia carta d’identità cartacea non è possibile. Il fatto di questa signora e di sua figlia è diventato noto in rete, si è risolto con l’intervento diretto dell’allora ministra per le Disabilità Stefani. Passo dopo passo, in collegamento telefonico, l’operatore dell’anagrafe e quello del Ministero hanno bypassato gli “ostacoli tecnici”, una successiva visita del messo comunale al domicilio della signora ha concluso la vicenda.
Per la cronaca va detto che in seguito a questo fatto il software è stato modificato e non dovrebbero più accadere, almeno per la carta d’identità elettronica, disguidi come questo. Anche se, sempre per dovere di cronaca, va ricordato che nell’ancora più recente passato un ragazzo non è riuscito a rinnovare la carta d’identità della madre con la SLA (sclerosi laterale amiotrofica), in quanto lei non riusciva a firmare i documenti necessari.

Nei casi citati si lede un diritto inalienabile dei cittadini, e come se non bastasse, consideriamo la frustrazione e l’umiliazione di sentirsi respinti come persone in uffici pubblici che dovrebbero garantire l’uguaglianza e l’inclusione, principi sanciti anche dalla Costituzione. Questo equivale a far sentire le persone diverse, inadatte, non conformi, costringe a sottoporsi a lunghe trafile per vedersi riconosciuti cittadine e cittadini, bisogna confidare nella solidarietà del funzionario che ci si trova di fronte, sperando comprenda le difficoltà e vi ponga in qualche modo rimedio, quando in assenza di una disabilità ciò non sarebbe richiesto. Stiamo parlando di diritti inalienabili di ogni individuo, indipendentemente dallo stato di salute o dalle “abilità”, stiamo parlando di soggetti fragili che necessitano di tutela e di accomodamenti ragionevoli per interfacciarsi con la pubblica amministrazione.
Tra l’altro, nel 2017 un Decreto del Tribunale Civile di Venezia (se ne legga anche a questo link) ha stabilito che non è necessaria la nomina giudiziale di un interprete per consentire di partecipare ad atti pubblici notarili a coloro che si esprimono tramite puntatore oculare o sintetizzatore vocale, strumenti necessari per la comunicazione non verbale utilizzati da persone con gravi patologie invalidanti come la SLA.
L’AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) chiede dal 2015 un’interpretazione evolutiva della legge notarile e recentemente è arrivato il parere favorevole del Ministero della Giustizia che, accogliendo le conclusioni del Consiglio Nazionale del Notariato, ha aperto la strada ad un percorso condiviso per l’elaborazione di una proposta di legge ad hoc nel quale anche la FISH sarà coinvolta. Le simulazioni hanno dimostrato che è possibile l’utilizzo di strumenti come la CAA (Comunicazione Aumentativa Alternativa), per partecipare attivamente alle transazioni legali ed esprimere la propria volontà anche in àmbito sanitario, per la pianificazione e l’assenso alle terapie.
Al contempo, sempre in linea con la Convenzione ONU, va incentivato l’uso della firma digitale per la sottoscrizione di atti pubblici informatici che si perfezionerebbero rendendo superflua la presenza dei testimoni.
Le tecnologie inclusive ci consentiranno di migliorare la nostra autonomia, l’indipendenza individuale e il nostro diritto all’autodeterminazione, requisiti fondamentali per il rispetto della dignità umana. Le tecnologie ci sono, ora serve una concreta volontà di cambiamento.
E chiudo con una nota-appunto personale: mi doterò di firma digitale.

* Direttrice responsabile di «Superando.it», il portale promosso dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap). Il presente contributo è già stato pubblicato sul medesimo potale e viene qui ripreso, con lievi adattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.
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