24 Febbraio 2024
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Violenza domestica sulle persone con disabilità, come affrontarla

22-07-2023 15:07 - News
Un dipinto dell’artista russa Elena Katsyura raffigura una bellissima tazza di tè con i bordi dorati ed alcune margherite bianche.
Nell’associazionismo di settore vi è molta sollecitudine nel denunciare e condannare pubblicamente gli episodi di violenza agiti nei confronti delle persone con disabilità e delle persone anziane ospitate nelle strutture residenziali o nei centri diurni, mentre si riscontra una certa reticenza nell’assumere una posizione pubblica riguardo alle violenze agite in famiglia, ed in particolare a quelle poste in essere dai/dalle caregiver a danno delle persone disabili di cui si curano. Cerchiamo di comprenderne le ragioni.

Me lo ricordo ancora quanto stetti male una decina di anni addietro. Avevo iniziato a occuparmi di violenza sulle donne con disabilità turbata dall’aver scoperto le numerosissime barriere che esse incontravano nell’accedere ai servizi antiviolenza, e, forse ancora di più, dalla circostanza che anche quando esse riuscivano, nonostante gli ostacoli, a raggiungere i servizi, invece di ricevere risposte, venissero letteralmente “rimbalzate” da un servizio all’altro senza che nessuno di questi si disponesse a prendere in carico i casi. I servizi antiviolenza sostenevano che di queste situazioni dovessero occuparsene i servizi per le persone con disabilità, perché loro non erano attrezzati e formati per relazionarsi con le donne disabili; mentre i servizi per la disabilità argomentavano di non avere alcuna competenza in materia di violenza, dunque la questione non era un “affare loro”. Tutto ciò era già sufficientemente scioccante, ma, a livello personale, non fu questo l’aspetto più perturbante.

Infatti, bene o male i primi casi di cui mi occupavo si inquadravano all’interno di una cornice concettuale che mi era familiare. Si trattava di donne con disabilità vittime della violenza maschile, e questo mi permetteva di identificarmi senza alcuna ambiguità con le vittime. Da donna a donna, con spirito di sorellanza. Lo “schema” era abbastanza semplice: donna vittima, uomo aggressore, e con l’aggressore non ritenevo di aver niente a che spartire.

Poi però iniziai a constatare che ad essere vittime di violenza non erano solo le donne, ma anche gli uomini con disabilità, e questo era un dato inatteso. Certo, per quel che ne sapevo gli uomini lo erano (e lo sono) in misura molto minore delle donne, ma già lo “schema” funzionava meno. Quindi venne fuori che, in àmbito domestico, alcuni tipi di violenza sulle persone con disabilità erano agiti anche dalle caregiver nello svolgimento delle loro mansioni di cura. Io sono una donna, ed a quel tempo ero anche una caregiver, dunque lo “schema” che mi consentiva di identificarmi solo con la vittima era diventato inservibile. Non sono mai stata violenta, ma ora non potevo più raccontarmi di non aver niente a che spartire con le autrici della violenza, visto che ben due elementi identitari (l’essere donna e l’essere caregiver) mi accomunavano a loro. È stato come trovarsi davanti ad uno “specchio deformante”. Stetti male. Ero spaventata ed angosciata. Ci vollero parecchi mesi prima di riuscire a capire quale significato dare a tutto questo, e per elaborare un “nuovo schema”.

Il “nuovo schema” era anch’esso abbastanza semplice. Acquisii che le caratteristiche delle vittime hanno rilevanza solo ai fini della prevenzione della violenza, della programmazione e della predisposizione dei servizi, e che la circostanza che fossero donne, uomini, persone non binarie, omo o etero, trans o cis, disabili o no, italiane o straniere, ecc. non faceva alcuna differenza. Non c’è bisogno che la vittima “ti somigli” per empatizzare con lei. Mentre sul versante opposto, qualsiasi tipo di violenza va fermamente condannata, perché ciò che va sanzionato sono le condotte violente, non le persone, ed anche qui non dovrebbe avere alcuna rilevanza quali e quante caratteristiche condividiamo con chi agisce violenza, perché non stiamo criminalizzando un genere (quello maschile o quello femminine), o una “categoria” (i/le caregiver, il personale sanitario, i/le commercianti, ecc.), ma stiamo dicendo no alla condotta violenta a prescindere da chi la agisce.

Mi sono decisa a raccontare questo mio percorso perché continuo a constatare come nell’associazionismo di settore vi sia molta sollecitudine nel denunciare e condannare pubblicamente gli episodi di violenza agiti nei confronti delle persone con disabilità e delle persone anziane ospitate nelle strutture residenziali (RSA – Residenze Sanitarie Assistenziali e RSD – Residenze Sanitarie Disabili), o nei centri diurni, mentre si riscontra una certa reticenza nell’assumere una posizione pubblica riguardo alle violenze agite in famiglia, ed in particolare a quelle poste in essere dai/dalle caregiver a danno delle persone disabili di cui si curano. È un atteggiamento comprensibile. Come ho raccontato, io per prima ho dovuto fare i conti con gli stessi ingombri emotivi che scorgo nei/nelle familiari e nei/nelle caregiver, e non mi sento di provare a persuadere chicchessia a modificare la propria posizione se non è pronto/a a farlo, né, ancor meno, di esprimere giudizi su chi è giustamente terrorizzato/a dall’immagine che lo “specchio deformante” gli/le propone. Anche i miei “mostri” sono ancora tutti lì, in ottima salute, direi, ma sono giunta ad un compromesso, io offro loro del tè e loro mi permettono di fare ciò che sento e ritengo giusto fare. Scherzo, sul tè, non sul fatto che le mie paure siano ancora tutte lì. Ma quali sono questi “mostri”?

C’è chi teme che parlare delle violenze domestiche getti discredito sulla “categoria” dei/delle caregiver, perché la stragrande maggioranza dei/delle caregiver non si sognano, né mai si sognerebbero, di nuocere in qualche modo alla persona (o alle persone) di cui si curano. Questa seconda affermazione è corretta, ed infatti non manco mai di sottolinearla e ribadirla, la prima no. Parlare apertamente anche di questioni così dolorose e che ci fanno sentire vulnerabili normalmente non induce gli altri ad infierire o esprimere giudizi di condanna nei confronti di chi si mostra onesto/a, casomai induce a cogliere l’autenticità della narrazione e ad empatizzare. La sincerità e la trasparenza pagano sempre, non ho avuto nessun riscontro contrario. Mentre omettere, minimizzare o mentire su tali gravissime questioni, oppure giustificare (e dunque deresponsabilizzare) gli autori/autrici delle violenze, questo sì solleva dubbi – legittimi – di doppiopesismo e connivenza.

Ma il “mostro” più grande di tutti è un altro. Il fatto è che sino ad oggi in Italia la figura del cargegiver ha avuto solo un timido riconoscimento formale e nessun tipo di tutela giuridica dallo Stato centrale. Questo ha comportato che i casi più severi – quelli nei quali viene prestata un’assistenza continuativa ad una persona non autosufficiente per anni o decenni – espongano il/la caregiver ad una sistematica violazione dei propri diritti umani (rinuncia al lavoro retribuito e dunque alla maturazione di una pensione, niente riposo e sovraccarico di stress, rinuncia alle cure e dunque alla salute, rinuncia alla socialità, ecc.). I/le caregiver sono vittime di uno Stato che ancora gli/le ignora, e, nonostante tutti i loro pluriennali sforzi per avere tutele, non sono ancora riusciti/e ad ottenere risultati significativi. È pertanto comprensibile che essi/e incontrino difficoltà a smettere di considerarsi vittime anche quando qualcuno/a di loro arriva a commettere molteplici violenze e terribili crimini (come gli omicidi tentati o riusciti) ai danni delle persone con disabilità di cui si curano. Loro sono e si sentono vittime e tendono a interpretare anche questi gesti estremi come l’esito della violenza istituzionale/sistemica a cui sono esposti/e. Tuttavia anche su questo aspetto è necessario essere molto onoesti e trasparenti. L’innegabile violenza sistemica che i/le caregiver subiscono non autorizza né giustifica in alcun modo la violenza nei confronti delle persone di cui si curano. Se la violenza subita da una persona fosse un valido motivo, o anche solo un’attenuante per agire a propria volta violenza su terzi, allora dovremmo essere molto comprensivi ed empatici anche con i pedofili giacché non è raro che questi siano stati a loro volta vittime di abusi infantili. Ma non mi sembra che questo discorso stia molto in piedi. La verità è che, a parte la legittima difesa, chi agisce violenza sta scegliendo di agirla, dunque ne è responsabile, e nel momento in cui la agisce ha smesso di essere vittima e si è trasformato/a in aggressore. Sono ormai anni che mi occupo di tali questioni e mi sembra che gli unici mezzi per prevenire questi episodi, oltre ovviamente a continuare a lavorare per far cessare la violenza istituzionale/sistemica sui/sulle caregiver, siano non giustificarli in alcun modo e prendere una chiara posizione pubblica di condanna della condotta violenta.

Ci sono poi coloro che non si vogliono occupare di questo fenomeno perché confidano nel fatto che i servizi sociali e quelli antiviolenza siano in grado di rilevare e affrontare adeguatamente anche la violenza domestica nei confronti delle persone con disabilità. Non è così. La generalità dei servizi antiviolenza non è preparata ad accogliere persone con disabilità (in questo repertorio ho segnalato i pochi servizi antiviolenza che ho riscontrato si siano effettivamente resi accessibili), e tra quelli accessibili mi risulta che solo uno accolga anche uomini con disabilità (si tratta de Il Fior di Loto, un progetto nato nel 2014 dalla collaborazione tra l’Associazione Verba e l’ASL Città di Torino – Consultori familiari). A questo punto è quanto meno opportuno accennare al tema dell’intersezionalità, la circostanza che le donne con disabilità siano soggette a discriminazione in ragione di due caratteristiche che si intrecciano tra loro, l’essere donne e contemporaneamente persone con disabilità, cosa che ha un effetto moltiplicatore sulle disuguaglianze e sui rischi di subire violenza. Un aspetto che in questo scritto non sto sviluppando per non sovraccaricare la riflessione con troppi elementi. Qualcosa sta iniziando a cambiare e sono state anche predisposte apposite linee guida per accogliere le donne con disabilità vittime di violenza (se ne legga a questo link), ma purtroppo esse sono ancora poco conosciute e applicate. Va peraltro segnalato che i servizi sociali al massimo riescono a rilevare le forme più eclatanti di violenza, come, ad esempio, la violenza fisica e quella sessuale, ma in genere non hanno né strumenti né competenze per rilevare la violenza psicologica e quella economica, nonché alcune forme di violenza peculiari che si riscontrano solo nelle persone con disabilità (come quella del/della caregiver che minaccia di sospendere l’assistenza alla persona con disabilità non autosufficiente per agire un controllo su di lei; la sottrazione, la manomissione o il danneggiamento degli ausili e dei dispositivi per l’autonomia; l’uccisione o il maltrattamento degli animali per l’autonomia; l’uso improprio dei farmaci; diverse forme di coercizione riproduttiva, l’isolamento, ecc.). A tal proposito è emblematica una vicenda accaduta ad Asola, un Comune di quasi 10.000 abitanti in provincia di Mantova, nell’ottobre 2020. Protagonista di questa storia è una donna con disabilità motoria che ha subito maltrattamenti e violenze fisiche ad opera della sorella caregiver per quattro anni. Le due donne vivevano in una casa posta al centro del Comune con i genitori anziani. La sorella caregiver voleva persuadere l’altra a trasferirsi in una struttura per disabili, e, a tal fine, quando i genitori uscivano di casa, la mortificava, la minacciava di morte e la percuoteva con un bastone di legno. Un’operatrice inviata dal Comune per aiutare la donna con disabilità nell’igiene personale ha notato i lividi sparsi su tutto il corpo della donna, dunque ha informato con prontezza i servizi sociali che, a loro volta, hanno avvertito i Carabinieri e la Procura di Mantova. In meno di 24 ore la caregiver è stata arrestata mentre la vittima è finita in una struttura per persone con disabilità. I media hanno esultato per la pronta risposta dei servizi e delle Forze dell’Ordine, senza tuttavia cogliere che dove non erano riusciti quattro anni di violenza fisica, psicologica e minacce, è riuscito lo Stato in meno di 24 ore. Ma che efficienza! Ecco, questo è purtroppo il tipo di risposte che ancora arrivano alle persone con disabilità vittime di violenza domestica dai servizi pubblici, mentre i più sembrano accorgersi e indignarsi per le sole violenze nelle RSA e nelle RSD, che sono gravi, gravissime anche queste, non le sto sminuendo, ma cosa vi fa pensare che quelle domestiche lo siano meno? A voi farebbe più male la violenza agita da operatori e operatrici con i quali avete una relazione formale, o quella agita da persone di cui vi fidate e a cui volete bene?

Lo scorso febbraio attraverso Informare un’h, il Centro per cui lavoro, ho lanciato una “Proposta di regolamentazione delle comunicazioni pubbliche sui casi di omicidio-suicidio attuati dai caregiver e dalle caregiver ai danni di sé stessi e della persona con disabilità di cui si curano” aperta alla sottoscrizione di Enti/Gruppi e singole persone (la trovate a questo link assieme all’elenco dei Soggetti aderenti e a tanto materiale informativo). Non è un testo “contro i/le caregiver”, è un testo che dice che anche “i/le caregiver sono contro la violenza“. Se non l’avete ancora fatto e lo sottoscrivete vi offro un tè.

Simona Lancioni
Responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa)
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