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Io, giornalista e neurodivergente

01-07-2023 15:07 - News
Ogni persona nello spettro ha un vissuto e un'esperienza personale differente; chi ha ricevuto una diagnosi tardiva spesso sviluppa un senso di inferiorità e di inadeguatezza che si ripercuote in molti aspetti della sua vita, anche professionale. La soluzione è una società accogliente rispetto alla fragilità. La riflessione di una firma di VITA

Cerca di domare il tuo cuore, che batte al ritmo degli zoccoli di un cavallo impazzito. Imponi un ritmo artificiale al tuo respiro. Inspira. Aspetta un secondo. Espira. Rimani a contatto con la realtà, senti la sedia sotto di te, i tasti del computer che si muovono al tocco delle tue dita. Resisti alla tentazione di scappare, metterti a correre, urlare. Lo puoi fare, stavolta come sempre. Fingi che tutto vada bene.

Un giornalista è abituato a raccontare le vite degli altri, a trovare le parole per trasmettere le sensazioni, i pensieri, i racconti che gli vengono affidati, come un bene prezioso. È abituato, soprattutto, ad ascoltare. Ma quando si tratta di prestare attenzione a sé stesso, alle sue emozioni, al suo vissuto, spesso resta interdetto; le sue armi sono inutili per assediare il suo cuore. Cento, mille volte ho raccolto e scritto storie di persone autistiche. L’ho fatto studiando i termini giusti, cercando di essere un tramite onesto e trasparente. Oggi, per parlare di me, che pure sono nello spettro, le parole escono lente, incomplete, imperfette; mi sembrano sempre troppo o troppo poco per colmare la distanza tra i me e i lettori.

Ho ricevuto la diagnosi da adulta. Alcuni, molti, dicono sia catartico, un’assoluzione dall’accusa di essere sbagliati o difettosi. Altri la vivono come una condanna. Io ancora non so cosa sento. Non ho trovato la casella giusta per sistemare le mie emozioni, che oscillano da un polo all’altro, nella mia mente, senza una vera collocazione. Perché è vero: non sono sbagliata, sono neurodivergente; ma è altrettanto vero che vivo e lavoro in una società cucita su misura per i neurotipici. Fin da bambina ho imparato a mascherarmi, ad andare al passo degli altri. Questo mi ha senza dubbio portato dei vantaggi, ma mi ha anche costretta a rinnegare quello che sono, a dichiarare guerra a quello che sento. E ogni guerra presuppone vittime e sacrifici.
Veronica Rossi

Il mondo del lavoro non è sempre facile per chi è autistico. Spesso non lo è, anche quando si ha la fortuna di fare, come me, il mestiere dei propri sogni. Ho sempre amato le parole. C’è chi adora la musica, ne apprezza e conosce ogni aspetto; per me è lo stesso per le frasi: mi piace tenerne in bocca qualcuna, ripeterla, soppesarla, gustarla come una caramella di pensiero. Scrivere è una naturale conseguenza di questa predisposizione; cambiare – almeno un po’ – il mondo con la mia penna il mio desiderio più grande.

Tuttavia, come molti – anche se non tutti, la mia è un’esperienza individuale e vuole rimanere tale – tra coloro che sono nello spettro, coltivare le relazioni, interagire, sapere cosa dire e quando dirlo, non è sempre automatico. Nel tempo ho imparato, ma un comportamento appreso non ha la stessa forza di uno innato. E, soprattutto, comporta uno sforzo diverso. A volte mi stanco, molto, devo fermarmi, chiedere un abbraccio di quelli forti – di quelli che spezzano le ossa – a chi mi sta vicino. Devo sentire, sentirmi. Non è facile per gli altri capire i miei momenti di difficoltà: «Non sembri autistica», mi dicono.

E poi c’è il senso di inferiorità, sviluppato in anni a vedere come gli altri si adattavano perfettamente – solo ai miei occhi, ovviamente – mentre io rimanevo indietro. La sensazione a volte è quella di inseguire un obiettivo che si fa sempre più lontano; un sogno, in cui le gambe sono troppo pesanti: non riesci a correre, anche se sai che è necessario farlo.

Avrei potuto evitare questo senso di inadeguatezza se avessi avuto prima una diagnosi? Forse sì, forse no, forse avrei avuto altri problemi, in un sistema in cui – mi raccontano molti di coloro che intervisto – la scuola ha ancora tanti passi da fare per essere davvero inclusiva e i servizi non sempre sono ottimali.

C’è una cosa, però, che so con certezza: è quello che vorrei, che auspico per i tanti bambini che, un po’, mi somigliano nel modo di funzionare. Mi piacerebbe che a chi è nello spettro venisse insegnato da subito «a essere autistico», ad ascoltarsi e vedersi per com’è e non per come sono gli altri. A essere la versione migliore di sé stesso e non una brutta – e stanca – copia di un neurotipico. E vorrei, infine, che la società diventasse finalmente un luogo di «convivenza delle differenze», per citare Fabrizio Acanfora, scrittore e attivista neurodivergente, dove ci si può mostrare fragili senza per questo essere considerati difettosi.
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