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Da un progetto “per loro” a un progetto “con noi”

07-07-2024 14:14 - News
Suor Veronica Donatello con la sorella Chiara
Incontro di Simone Fanti con Suor Veronica Donatello*

«L’Italia in cinquant’anni ha fatto tanto sia a livello civile che ecclesiale. Ho la fortuna di incontrare tante nazioni estere, ci dicono che la Chiesa italiana è pioniera. La sfida più grande è stata nell’essere passati da un progetto “per loro” a un progetto “con noi”»: lo dice Suor Veronica Amata Donatello, responsabile del Servizio Nazionale per la Pastorale delle Persone con Disabilità della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), incontrata da Simone Fanti
Suor Veronica Donatello con la sorella Chiara

Suor Veronica Donatello con la sorella Chiara

«Dicono che siamo una simpatica stranezza dello Spirito Santo», racconta Suor Veronica Amata Donatello, 49 anni, di Pescara, parlando della sua famiglia allargata. «Sono figlia di genitori sordi e mia sorella ha una disabilità grave. Nel ramo dei parenti ci sono una dozzina di persone con diverse problematiche». Un destino che tappa dopo tappa l’ha portata a diventare responsabile del Servizio Nazionale per la Pastorale delle Persone con Disabilità della CEI (Conferenza Episcopale Italiana) e, da due anni, anche consultore del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. Una famiglia complessa, la sua. «Quando ci incontriamo, parliamo tanti linguaggi, la diversità non fa paura ed è meraviglioso».

Ed è in questo contesto che ha imparato la fede?
«Dai miei genitori, persone umili, che hanno fatto le scuole negli istituti per sordi. E da Chiara, mia sorella. Grazie a loro, io e mio fratello Claudio abbiamo imparato cos’è la vita, la gioia e l’amore».

Oltre alla Lingua dei Segni Italiana, conosce tanti linguaggi per non escludere nessuno.
«La lingua parlata ha un unico canale di espressione, invece la Lingua dei Segni usa le mani, il corpo, il volto per esprimersi. Prego e penso in Lingua dei Segni».

Sua sorella è parte del suo percorso spirituale?
«Sì, tutta la mia famiglia. Le racconto un episodio: quando i miei genitori chiesero per Chiara i sacramenti dell’iniziazione cristiana, la richiesta venne rifiutata a causa del grave ritardo; evidentemente in quel momento non c’era grande formazione sul tema. A me rimase dentro un senso di grande ingiustizia: come è possibile rifiutare un dono? Ho in mente la scena in cui mi arrabbio e dico ai miei: “Dio non esiste, perché se esiste non è mai passato in chiesa e allora mi allontanano”. I miei genitori risposero: “Non dovrà più succedere a nessuno”. Ho imparato che nella vita hai due strade: o fai parte del problema e passi il tuo tempo a lamentarti, oppure diventi la soluzione. Questa adultità cristiana dei miei genitori mi aiuta e mi ha formato: si sono resi conto che l’unica strategia davanti a un problema è entrarci, rimboccarsi le maniche o, come dico sempre, sabotare il sistema da dentro».

Ma il rifiuto dei sacramenti può succedere ancora?
«Si è lavorato molto, si sta facendo tanta formazione a tutti i livelli. Prima tutto era lasciato alla buona volontà del sacerdote, della catechista, alla sensibilità di chi incontravi nella tua via. La Conferenza Episcopale Italiana ha dato vita a un settore, Catechesi e Disabilità, proprio come risposta e accompagnamento a ciò che stava succedendo. Negli anni, incontrando persone di diverse diocesi, non ho mai trovato porte chiuse, ma piuttosto la richiesta di come essere accompagnati ad accogliere».

E come si è riavvicinata alla Chiesa?
«Il mio fidanzato di allora andava in parrocchia e il parroco mi chiese di aiutarlo con i sordi e con le persone con disabilità. Il resto è venuto da sé: ho iniziato a fare formazione, poi i campi estivi. Insomma, il Signore è un corteggiatore e sa quali canali usare».

La sento commossa.
«Sì, ero un’interprete LIS in giro per l’Europa, in TV, avevo la mia indipendenza economica, la mia libertà. Una vita normale, una vita bella, bella! Desideravo la felicità e l’avevo, non mi mancava nulla, ma, quando ho avuto il coraggio di ascoltare, di fare verità, mi sono resa conto che tutto questo non mi bastava. Da un ritiro estivo, mi hanno proposto un incontro ad Assisi. Ho conosciuto le suore francescane alcantarine e mi ha colpito di loro la gioia, la prossimità, l’essere accanto agli ultimi, l’essere madri. Ho imparato a pregare, ho riscoperto l’essere cristiana, lavorato nella diocesi. Camminando e mettendomi in ascolto, dopo un paio di anni è arrivata la domanda: “Signore cosa vuoi che io faccia: che mi sposi o che consacri la mia vita? Basta che Tu ci sia”. Ero certa che Lui aveva un progetto di gioia piena per me e per i miei cari. Così, alla fine del 1998, sono entrata nella vita religiosa».

Ora c’è la Pastorale per le persone con disabilità.
«Una bella sfida e una grande opportunità per andare incontro alle istanze delle persone con disabilità e ai loro caregiver. Questo piccolo “servizio” segue tre orizzonti: pastorale, passaggi di vita, mondo dell’abitare. Il primo, quello pastorale, è di servizio per tutti i progetti e gli uffici che stanno nascendo sul territorio. C’è poi un’attenzione particolare ai passaggi di vita perché tutto l’arco esistenziale della persona possa essere custodito nella spiritualità che le è propria e nel rispetto di ciascuno. E, infine, c’è il mondo dell’abitare che, oltre all’attenzione a che tutto sia accessibile, riguarda anche il lavoro, la cultura, la famiglia, il turismo. Da qui nascono tante collaborazioni con gli altri Uffici Pastorali della CEI».

Papa Francesco ha detto che ci sono ancora molte cose che impediscono una piena cittadinanza cristiana. Che cosa nella Chiesa fa da barriera?
«Dal mio piccolo punto di vista penso al pregiudizio e alla frammentazione. Le persone con disabilità sono comparse nei nostri contesti, ma non entrano nei processi. Se a un pranzo mancano delle persone, da donna del Sud subito chiamo, mi chiedo quando la comunità si accorge che loro sono assenti».

La Chiesa cambia passo: dall’assistenzialismo all’inclusione. Mi spiega lo slogan «Noi, non loro. Noi»?
«L’inclusione, attraverso la formazione e la rimozione delle barriere mentali e fisiche, è processo pedagogico. L’appartenenza è il fine ultimo: essere parte viva di una comunità, di uno corpo, che è Cristo».

La prima sessione del Sinodo è finita. In attesa della seconda, che sarà nel prossimo mese di ottobre, quali sono i primi risultati nel campo della disabilità?
«Il Sinodo è un percorso aperto. Va detto che a questa sessione era presente una persona con disabilità ed è stato importante che ci fosse. Così come occorre notare che tutti i momenti sinodali, trasmessi da Vatican Media, erano accessibili nella Lingua dei Segni, italiana e americana, e avevano la sottotitolazione. Un lavoro in sinergia, attraverso l’app Vatican for All».

Quanto è importante la figura di Papa Francesco che non cela la sua difficoltà e usa la carrozzina?
«Gli ultimi tre Pontefici – Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco – hanno mostrato la normalità della disabilità e la sua profezia. Secondo me, dovremmo arrivare a renderci conto che la disabilità acquisita nella vita può capitare a tutti, per un incidente o per anzianità o altro. La fragilità è condizione umana. Gli uomini non sono la loro diagnosi o condizione».

La sua sensazione sul mondo della disabilità in Italia?
«L’Italia in cinquant’anni ha fatto tanto sia a livello civile che ecclesiale. Ho la fortuna di incontrare tante nazioni estere, ci dicono che la Chiesa italiana è pioniera. La sfida più grande è stata nell’essere passati da un progetto per loro a un progetto con noi. Siamo fratelli tutti».
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