19 Luglio 2024
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Amministrazione di sostegno, drammatica battuta d’arresto del progetto di vita di un trentenne con disabilità

24-01-2024 15:12 - News
La figura fuori fuoco di un uomo porge una mano davanti all’obiettivo tenendo l’indice leggermente sollevato.
La madre di un giovane uomo con disabilità, con un buon livello di autonomia e molteplici interessi, decide di regalargli un appartamentino, dove potrà andare a vivere un domani, con la sua fidanzata. Saranno proprio le formalità legate all’acquisto dell’immobile a fargli incontrare l’amministrazione di sostegno. Da allora sono passati più di quatto anni. Oggi, l’uomo, di anni ne ha trenta e quell’incontro ha avuto come esito una drammatica battuta d’arresto del suo progetto di vita. A raccontarci questa storia è sua madre. Le siamo grati per la disponibilità. In Italia sono 40/80mila i casi di amministrazione di sostegno in cui le cose funzionano male, ma manca la volontà politica di cambiare la norma.

Francesco (nome di fantasia) risiede in provincia di Milano. Ha la sindrome di Asperger ed un medio ritardo cognitivo conseguente a problemi di salute insorti nei primi mesi di vita. Ha frequentato una scuola professionale, di tipo aziendale ed è riuscito a raggiungere un buon livello di autonomia. A ventisei anni ha molteplici interessi ed una fidanzata con cui progetta un domani, di andare a vivere. Saranno proprio le formalità legate all’acquisto dell’immobile a fargli incontrare l’amministrazione di sostegno. Un incontro infausto, giacché da quel momento il suo progetto di vita subirà una drammatica battuta d’arresto.

Fino a circa vent’anni Francesco ha vissuto con i suoi genitori. Sua madre Patrizia (nome di fantasia) lo ha supportato in tutti i modi ed ha assecondato i suoi interessi e le sue aspirazioni, mentre suo padre si è limitato al sostegno economico. Dieci anni fa, in seguito al divorzio dei genitori, il giovane è rimasto a vivere con sua madre. Ed è proprio lei a raccontarci questa storia.

Fino a quindici anni Francesco era iperattivo, faceva terapia per tre giorni alla settimana, e non manifestava alcun interesse, racconta la donna. Ma a quindici anni, ha iniziato a pensare che la vita spesa in quel modo non lo soddisfaceva, dunque ha chiesto alla madre di fargli sospendere tutte le terapie, per fare qualcosa di diverso. Supportato dalla donna, che lo ha aiutato anche nello studio – perché, spiega, «non è stato molto fortunato con gli insegnanti di sostegno» –, a ventisei anni era diventato un ragazzo pieno di vita, di felicità, di voglia di fare. Ha imparato a scrivere in corsivo, a leggere, a contare e ad usare il computer, ha imparato l’inglese, suona diversi strumenti musicali, prende lezioni di canto, pratica numerosi sport, ama tantissimo viaggiare, ha una fidanzata e vuole andare a vivere con lei, non appena raggiungeranno l’autonomia necessaria per gestire una casa. Vorrebbe anche prendere la patente, trovare un lavoro e iscriversi a una scuola di ballo latino-americano. Cose, queste ultime, che gli verranno negate, sia dal padre che dall’amministratrice di sostegno. Per assecondare il suo desiderio di andare a vivere con la sua fidanzata, Patrizia si attiva per acquistare un piccolo appartamento, ma l’agente immobiliare le dice che, poiché Francesco ha un’invalidità civile al 100%, non può compiere questo atto in autonomia, e deve farsi supportare da un amministratore di sostegno, anche se Francesco non è soggetto ad alcun istituto di tutela. Patrizia quindi presenta domanda per essere nominata amministratrice di sostegno, al solo scopo di effettuare la compravendita. A questo punto il Giudice avvia la procedura per nominare Patrizia quale amministratrice di sostegno temporanea per conferirle la delega a firmare il rogito, e contestualmente informa sia lei, sia il padre di Francesco, che, in caso di morte del giovane, l’immobile sarebbe andato in eredità a entrambi i genitori in parti uguali. Pertanto, sapendo che l’appartamento era stato interamente pagato da Patrizia, il Giudice ha chiesto al padre (che a quel tempo aveva già divorziato da Patrizia e si era risposato) di effettuare a favore del figlio un investimento equivalente all’importo dell’immobile. Questa richiesta non è stata gradita dal padre ed è divenuta motivo di scontro verbale tra i genitori di Francesco. Trovandosi in qualche modo obbligato a stipulare una polizza vita a favore del figlio, il padre, presente al giuramento nel quale Patrizia avrebbe dovuto essere nominata amministratrice di sostegno, ha espresso parere favorevole riguardo alla sua nomina, ma, probabilmente ancora risentito per lo scontro verbale con lei, ha chiesto al Giudice che la donna venisse seguita dai Servizi Sociali perché lui non concordava sugli aspetti dell’alimentazione e delle terapie farmacologiche (vitamina C, vitamina D, acido folico, melatonina) che la madre faceva seguire a Francesco. In realtà questi aspetti non avevano alcuna attinenza con i contenuti della delega per la quale si chiedeva la nomina dell’amministratore di sostegno, ed il padre di Francesco non si era mai occupato prima di tali questioni. In merito ad esse, Patrizia argomenta che se qualcuno glielo avesse chiesto, lei era perfettamente in grado di motivare la sua condotta con la documentazione sanitaria attestante le intolleranze alimentari del figlio e le prescrizioni mediche, ma nessuno le ha chiesto niente. È purtroppo accaduto che il Giudice, a fronte di questo contrasto, invece di chiedere spiegazioni alla madre riguardo alle contestazioni sollevate dall’ex marito, e senza chiedere il parere di Francesco (che in quell’occasione non era neanche presente), nel giro di un minuto abbia deciso di nominare un’amministratrice di sostegno esterna, un’avvocata, lasciando spiazzati entrambi i genitori.

Il primo atto dell’amministratrice di sostegno esterna è stato quello di chiedere al Giudice che venisse nominato un Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) per valutare la situazione familiare, cosa che ha obbligato entrambi i genitori a dotarsi ciascuno di avvocato e di un Consulente Tecnico di Parte (CTP), nonché ad affrontare ingenti spese.

Il CTU ha deciso che Francesco, che in quel momento aveva già ventisei anni, non dovesse più svolgere la maggior parte delle attività che aveva svolto sino a quel momento, lo ha obbligato ad allentare i rapporti con la madre (accusata di essere impositiva, possessiva e manipolatrice), ed a stare di più col padre (sebbene Francesco non gradisse farlo, visto che il padre, ad eccezione degli aspetti economici, non si era mai interessato di lui). Il suo sogno di una vita indipendente con la sua fidanzata va in fumo ne giro di pochi giorni senza che lui riesca a capacitarsi dei motivi. L’unica cosa che gli viene concessa è quella di continuare ad andare presso una cooperativa in cui si recava solo la mattina. In questa cooperativa il giovane era stato inserito qualche tempo addietro, ed inizialmente, essendoci pochi utenti, era ben seguito dagli educatori, ma in seguito, con l’inserimento di nuove persone con disabilità più severe di quella di Francesco, gli venivano riservate ben poche attenzioni perché la cooperativa aveva carenza di organico e le esigenze degli altri utenti erano maggiori rispetto alle sue. Dunque, nonostante Francesco iniziasse a non essere più motivato nel frequentare la cooperativa (diceva di annoiarsi), l’amministratrice di sostegno ha stabilito che doveva continuare ad andarci e che ci avrebbe dormito per tre notti a settimana, (pur essendo la struttura accreditata solo come centro diurno e non come centro residenziale), e che i costi del pernottamento – 160 euro a notte – venissero addebitati al giovane. La Consulente Tecnica d’Ufficio nella sua relazione scrisse che se la mamma si fosse lamentata di tale decisione, Francesco sarebbe passato da tre pernotti a cinque a settimana. Tutte decisioni prese senza confrontarsi con Francesco (che ha scoperto per caso, leggendo delle mail della cooperativa, che l’amministratrice di sostegno chiedeva loro di preparare una soluzione abitativa per lui), né coi suoi genitori.

A nulla è valsa la lettera che lo stesso Francesco ha scritto e consegnato a mano al Giudice, per dirgli che lui non voleva vivere così e che ciò che gli veniva proposto era sbagliato e falso. Il Giudice sostenne che la lettera fosse frutto di una manipolazione agita dalla madre.

I mesi passavano e la situazione diveniva sempre più angosciosa e costosa. Ogni mese Francesco doveva sostenere spese superiori alle sue entrate di circa 1.000 euro.

Vista la piega che stava prendendo la vicenda, il fratello maggiore di Francesco, un piccolo imprenditore di 46 anni, ha proposto a Francesco di lasciare la cooperativa, e si è reso disponibile a fargli fare un tirocinio, prendendolo a lavorare con sé al mattino, in modo che nel pomeriggio potesse riprendere a curare le attività che gli piacciono e che l’hanno fatto tanto migliorare. Dunque ha predisposto un progetto in tal senso, aiutato da una pedagogista esperta in autismo, ed ha chiesto al Giudice di subentrare nell’amministrazione di sostegno. Oltretutto, vivendo da solo, era anche in grado di dare ospitalità a Francesco. Ma la domanda è stata rigettata dal Giudice, che ha stabilito che dovesse essere continuato il progetto definito dall’amministratrice di sostegno e dal Consulente Tecnico d’Ufficio.

A fronte di questo rifiuto, la famiglia ha intrapreso una causa legale chiedendo la sostituzione dell’amministratrice di sostegno, dimostrando tutti gli errori e le incapacità della stessa. L’esito però è stato negativo. Rifiutando di rassegnarsi alla sentenza che l’ha vista soccombente, la famiglia ha intrapreso una seconda causa.

Nonostante Francesco continuasse a ripetere di non voler più andare in cooperativa, la sua volontà non è stata ascoltata nemmeno dalla Chase Manager appositamente nominata per aiutarlo a realizzare i suoi desideri: una vicina di casa dell’amministratrice di sostegno senza esperienza in materia di autismo. La Chase Manager, invece di ascoltare Francesco, ha ritenuto suo dovere portare avanti il progetto proposto dal Consulente Tecnico d’Ufficio. Dopo un tentativo durante l’estate di convincerlo a continuare la sua frequenza presso la cooperativa, lo scorso settembre Francesco si è rifiutato di presentarsi.

Considerando che vi era in ballo anche l’altra causa legale, l’amministratrice di sostegno non si è sentita di obbligare Francesco a ritornare in cooperativa, ed in occasione dell’udienza davanti ai Giudici ha avuto la sfacciataggine di sostenere di essere d’accordo con l’interruzione del percorso. Un’affermazione non vera, ma purtroppo i Giudici, essendo arrivati in ritardo perché impegnati in altre udienze, non hanno permesso il contradditorio, dunque anche la seconda causa è stata persa, e la famiglia si è vista addebbiare anche i costi della stessa. Come se non bastasse, il Giudice ha rigettato anche la nuova richiesta del fratello di Francesco di subentrare nell’amministrazione di sostegno, dicendosi intenzionato a valutare il progetto attuale solo quando sarebbe stato completato, e nel quale era richiesto che non studiasse più con sua madre né che facesse attività di autonomia, ed aggiungendo «che comunque fra qualche mese andrà in pensione» (anche se non si capisce bene l’attinenza di questa affermazione con la vita di Francesco).

Poiché Francesco si è rifiutato di tornare in cooperativa, l’amministratrice di sostegno ha convenuto col Giudice, che egli dovesse dormire ogni sera e ogni fine settimana a rotazione, in una casa diversa (in quella di sua madre, in quella del padre, ed in quella del fratello), con orari e un’alimentazione diversi in ciascun ambiente. Un’organizzazione surreale che sta causando al giovane uomo un forte stress ed un peggioramento dello stato salute, accompagnati da una regressione complessiva rispetto ai livelli di autonomia e alle competenze possedute prima che fosse nominata l’amministratrice di sostegno. «Mamma, io sto cadendo in depressione!», è il suo grido d’aiuto.

Lo scorso dicembre, l’amministratrice di sostegno ha comunicato alla famiglia di aver prelevato quasi 7.000 euro dal conto di Francesco quale equo compenso, e che, con l’autorizzazione del Giudice Tutelare, avrebbe ricevuto 8.000 euro per il lavoro extra che, a suo dire, aveva svolto durante l’anno (forse riferito alla causa). «Certo è che nei tre anni precedenti non aveva fatto nulla – osserva Patrizia –. Non ha nemmeno autorizzato esami importanti richiesti dagli specialisti!»

«È normale tutto questo? – si chiede Patrizia in conclusione – È normale che un ragazzo in procinto di diventare quasi completamente autonomo, dopo un percorso faticosissimo, venga bloccato da un’ottusa e cinica burocrazia? È normale che un amministratore di sostegno e un Giudice Tutelare non ascoltino nemmeno la volontà del tutelato/amministrato abusando del loro potere? È normale distruggere la vita di un giovane, con ottime prospettive createsi dopo un immenso lavoro svolto insieme in famiglia, solo per banali e orribili interessi economici?
Cambiate questa Legge [si riferisce alla Legge 6/2004, istitutiva dell’amministrazione di sostegno, N.d.R.], mettete dei paletti allo strapotere di troppi amministratori di sostegno e alla superficialità di altrettanti Giudici Tutelari.
Aiutate Francesco, per piacere, a riprendere in mano la sua vita bruscamente interrotta!»

Doveva essere un semplice supporto per la firma di un rogito, ma si è trasformata in una misura che ha travolto e sconvolto l’intero progetto di vita di un trentenne con disabilità (attività quotidiane, scelte abitative, nutrizionali, sanitarie, ecc.). Una “nuvola” di soggetti, tutti remunerati, ha iniziato ad aleggiargli intorno e a decidere per lui, senza prestare ascolto alle sue volontà e ai suoi desideri, interrompendo un percorso di autonomia liberamente scelto. Pesantissime, arbitrarie, illegittime e dolorose sono state anche le ingerenze nei rapporti familiari. La figura che più si è spesa per dare un’autonomia all’uomo – sua madre – viene descritta con mille menzogne. C’è un’alternativa a questo scellerato progetto, ma viene respinta, la macchina si è messa in moto, ammettere di aver sbagliato ferisce l’orgoglio, dunque aspettiamo per vedere se qualcosa si aggiusta da sé, in fondo quello che stiamo buttando è “solo” il tempo di vita di una persona con disabilità, che vuoi che sia? E poi ci sono di mezzo i soldi, tanti soldi. Ci sarebbe anche una Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità che bolla tutte queste pratiche come violazioni dei diritti umani, ma il professor Paolo Cendon, il “padre” della Legge 6/2004, nonché coordinatore scientifico del Tavolo nazionale sui diritti delle persone fragili istituito presso il Ministero della Giustizia (la sede preposta alla definizione delle politiche su questa materia), dice che non c’è niente da cambiare, possiamo stare tranquilli. La verità è che l’amministrazione di sostegno è “un rullo compressore senza freni” che “asfalta” le vite di molte persone esposte a marginalità sociale e dei loro familiari. «[…] ma queste situazioni – che pure esistono – non sono certo tali da mettere in discussione la legge: io direi che per l’80-90% dei casi le cose funzionano», argomenta Cendon solo pochi giorni fa, in un’intervista rilasciata al magazine «Vita» (se ne legga a questo link), nella quale, tra le altre cose, specifica che oggi, in Italia, le amministrazioni di sostegno in essere sono circa 400mila. Il che significa che nel 10-20% dei casi – che corrispondono a 40/80mila persone (e i loro familiari) – le cose funzionano male. Insomma, il “rullo compressore” non riesce ad “asfaltare” tutte le persone che intercetta, ma sono più quelle che manca che quelle che becca, è l’argomentazione che vorrebbe essere consolatoria, ed invece non consola per niente! (Simona Lancioni)



Si ringrazia Cristina Paderi per la segnalazione.
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