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I volontari più «impegnati»? Sono gli studenti e i benestanti

04-12-2014 09:46 - Archivio
3 dicembre 201 di Alessandro Barba

ROMA - Sono 6,63 milioni gli italiani che dedicano tempo agli altri. 4,14 milioni si impegnano in organizzazioni o in gruppi mentre 3 milioni sono i volontari non organizzati; dal punto di vista geografico il lavoro volontario è più diffuso al nord, soprattutto nel nordest. L´indagine, che fornisce la fotografia del volontariato italiano, è stata realizzata da Istat, CSVnet - Coordinamento Nazionale dei Centri di Servizio per il Volontariato - e Fondazione Volontariato e Partecipazione ed è stata presentata ieri a Roma, presso l´aula magna dell´Istat, alla presenza del presidente dell´Istat, Giorgio Alleva e del Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Luigi Bobba.

Dall´indagine, armonizzata agli standard internazionali contenuti nel Manuale sulla misurazione del lavoro volontario pubblicato dall´OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro), emerge una forte relazione fra volontariato, istruzione e situazione economica. Gli studenti sono i più impegnati nel volontariato (9,5%) mentre i volontari occupati si attestano al 9,1%. I dati dimostrano anche come il titolo di studio più diffuso fra chi fa volontariato sia la laurea (13,6%).

I volontari hanno molta più fiducia negli altri: sul totale della popolazione ben il 35,6% di chi fa volontariato organizzato ha fiducia della maggior parte delle persone rispetto al 20.9% dei cittadini comuni. Nei volontari è maggiore anche il senso di fiducia verso le istituzioni: 24,46% contro 20,8% del totale. I volontari infine sono più soddisfatti della loro vita: 46,8% rispetto al 35%. Stesso trend si registra anche nell´ottimismo verso il futuro: i volontari ottimisti sono il 30,3% rispetto al 24% della popolazione totale.

L´indagine ha analizzato anche le motivazioni di chi fa volontariato. Il 49,7% è spinto dall´impegno a far fronte ai bisogni non soddisfatti e opera a favore della comunità e dell´ambiente. Un volontario su tre, soprattutto fra i giovani e anziani, decide di fare volontariato per socializzare, incontrare amici o stringere e conservare rapporti. Il 25,8% è spinto da motivazioni religiose, mentre un 17,7% per "valere" cioè per mettersi alla prova, valorizzare capacità ed essere più spendibili nel mondo del lavoro. Per quanto riguarda le ricadute del volontariato nella vita personale, i dati illustrati le distinguono in tre tipologie: quella relazionale, quella civica e quella legata alla dimensione del benessere. Il 51,6% di chi fa volontariato ha allargato la rete dei rapporti sociali, il 51,3% ha sviluppato una coscienza civica e politica e il 49,6% si sente meglio con se stesso.

«Vogliamo che gli elementi di conoscenza e le chiavi di lettura che emergono da questa indagine servano a far comprendere più a fondo il fenomeno volontario e riescano ad aiutarlo a vincere le tante sfide poste dai tempi che viviamo» commenta il presidente della Fondazione Volontariato e Partecipazione Alessandro Bianchini.

«Così come il volontariato non deve avere timori di misurarsi utilizzando parametri scientifici accreditati, così le istituzioni non devono temere di promuoverlo e sostenerlo secondo il principio della sussidiarietà» ha aggiunto Stefano Tabò, presidente di CSVnet. «Questa convinzione deve condizionare la Riforma del Terzo Settore, a ragione dei benefici - diretti e non - generati dall´azione volontaria che la ricerca ci ha confermato nell´incremento della coesione sociale e della fiducia che fanno delle organizzazioni di volontariato un antidoto all´apatia civica e politica».

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